Rimmel

La mia più grande abilità, da ragazzina, era quella di possedere sempre e comunque il tipo sbagliato di cose: andavano i jeans larghi in fondo, e io li avevo a sigaretta. Andavano i capelli scalati, e io li avevo pari. Andavano le felpe con la zip, e le mie non ce l’avevano. Andavano le magliette con dentro le tette, e io ah ha ha.

Ero la rappresentazione allegorica della sfigata, secondo ogni criterio e parametro.

L’aspetto della cosmesi non faceva eccezione: ciò che serviva per essere bellissima erano le matite nere e i lucidalabbra trasparenti, e quello che mi rigiravo io tra le mani era una matita azzurra e un correttore color mestizia (discorso a parte per lo stick glitterato, quello me l’avevano regalato, quindi era ok – al limite ero io che non sapevo come estrarne la figaggine, o povera scema).

Ero un po’ incerta sul da farsi.

Ma la fortuna attendeva solo d’incrociare la mia strada, sotto forma -per la precisione- di numero speciale di Ragazza Moderna, numero che conteneva, come in un disegno benevolo, esattamente ciò di cui ero convinta di avere bisogno. La comperai una mattina di novembre e mi recai a scuola pregustando il miracolo.

(Sì, a scuola, perché avevo la gustosa convinzione di stare per contravvenire a un divieto implicito di mia madre, e di avere quindi la necessità di sistemarmi una volta che fossi stata fuori dal suo controllo − mia madre non si sarebbe accorta in un milione di anni, e comunque non aveva un’opinione in merito. Ma io preferivo illudermi) (il problema di tornare a casa senza essermi prima lavata la faccia non me lo ponevo, all’epoca, no) (non sono mai stata un genio del pensiero razionale e della programmazione) (eh).

Il mio più grande disagio estetico, quando avevo dodici anni, erano gli occhi rimpiccioliti dagli occhialispessi™, seguiti a ruota dalla combo mortale bocca grande e apparecchio. Sensatamente, applicai un chilo di matita nera nella rima interna inferiore,  sbattei le mie ciglia incolori senza rivolgere neanche un fugace pensiero al concetto di mascara mascara, rimisi gli occhiali, mi impiastricciai bene le labbra di robaccia luccicosa, feci un sorrisone metallico, sparsi due o tre passate di glitter all’arancia sulle guance e uscii ad affrontare il mondo in generale e la geometria analitica in particolare.

Ero un cesso, ma ero marginalmente più sicura di me. La mia carriera di generatrice di pessime trovate cosmetiche era appena all’inizio.

E non parliamo dei capelli. *

(La Titolare sorride, tutta unta di spiritosanto)

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*dei capelli vi parlo la prossima volta, e metto pure le foto.

So Wrong On So Many Levels

A seguire, componimento scolastico ad opera di una giovanissima Titolare (circa 1997).  Notare pessimismo cosmico, esterofilia onomastica, incipiente fascinazione per il punto e virgola (purtroppo non ricambiata), improbabile moralismo d’accatto. L’impaginazione è quella originale.

LE DUE VOLPI

Due volpi entrano di sorpresa, una notte, in un pollaio; sgozzano il gallo, le galline e i pulcini: dopo questa strage, la loro fame è finalmente saziata.

Una di loro, che era giovane e ardente, voleva divorare tutto; l’altra, che era vecchia e avara, voleva conservare qualche provvista per il futuro.

La volpe vecchia diceva: “Piccola mia, l’esperienza mi ha reso saggia; ho visto molte cose da quando sono al mondo. Non mangiamo tutta questa fortuna in un giorno; è un tesoro che abbiamo scovato e quindi bisogna amministrarlo bene.”

La volpe giovane, a queste parole, rispondeva: “Io voglio mangiare tutto adesso, intanto che sono viva, e riempirmi per non soffrir la fame per almeno otto giorno. Non penso che si potrà ancora tornare qui! Il padrone, quando si accorgerà della carneficina, per vendicare i suoi polli ci cercherà e, se ci troverà, ci ucciderà.”

DOPO QUESTO COLLOQUIO, OGNUNO PRENDE LE SUE DECISIONI E AGISCE COME MEGLIO CREDE.

- La volpe giovane mangia tanto da scoppiare e riesce a malapena ad andarsene a morire nella sua tana.

- La volpe vecchia, che si crede molto più saggia, capace di moderare i propri appetiti e di fare grandi economie, decide di ritornare al pollaio il giorno dopo.
Il giorno dopo la vecchia volpe, di nome Jan, tornò al pollaio e vide che il padrone, che si chiamava Ugo, l’aveva aspettata.

Non potendo entrare nel pollaio, Jan tornò alla tana.

Là trovò l’altra volpe, chiamata Jimi, che stava male, avendo mangiato troppe galline.

Jan le disse: “Jimi, dobbiamo riuscire ad arrivare alla Grande Torre del mago Fox, che ci accontenterà”; e si misero in viaggio.

Arrivate alla Torre, chiesero al mago Fox di aiutarle, ma lui si rifiutò e le due volpi morirono poco lontano.
MORALE: CHI TROPPO VUOLE NULLA STRINGE, MA NON BISOGNA NEANCHE ESSERE TROPPO AVARE.

La cosa peggiore, forse, è che la prima parte (fino a “ritornare al pollaio il giorno dopo”) l’ha scritta la maestra.

You’ll Grow Up And You’ll Calm Down

I miei molari, pare, presentano una quantità di cuspidi superiore alla media (e alla ragionevole necessità d’uso). Il dentista era piuttosto compiaciuto, quando me l’ha comunicato, perché è una cosa abbastanza rara, almeno per chi non vive nell’età del bronzo. Il risvolto pratico, essenzialmente, è che a quest’ora potrei essere da qualche parte a masticare senza troppe difficoltà dei piccoli rami, se avessi la mandibola ben allenata.

(Cosa che non ho, ma potrei lavorarci. Dovrei aumentare la frequenza con cui mi dedico alle foglie più esterne dei carciofi al burro)

I miei genitori sono molto orgogliosi del fatto che, a quanto sembra, io sarei tra i pochi eletti a sopravvivere ad un’eventuale estinzione di massa di tutte le specie vegetali a stelo tenero. Il che è curioso, perché generalmente non è che siano particolarmente colpiti dai miei dettagli somatici – per dire, l’altro giorno mia madre, che vive con me, è venuta nella mia stanza a chiedermi di che colore avessi i capelli.

(Se mi avesse persa in spiaggia quando ero piccola (“la bambina indossa un costumino color… ehm, un costumino”) probabilmente avrei finito per venir allevata da una colonia di granchi locali. È quasi sicuro che i granchi mi avrebbero insegnato a truccarmi/pettinarmi/sistemarmi più di quanto abbia fatto lei. Ha quasi cinquant’anni e mia nonna la rincorre ancora con la spazzola)

Riflettendoci, alla radice della cura tormentosa che dedico loro (vent’anni e ancora non ho capito da che parte mi faccio la riga) (ogni mattina, una sorpresa) (di solito brutta) potrebbe esserci proprio lo scarsissimo interesse della genitrice nei confronti dei miei capelli. Lei, e di questo le va dato merito, ha sempre controbilanciato prestando un’attenzione maniacale alla semina e alla coltivazione delle mie future fisime, principalmente  attraverso l’ascolto forzato dei dischi di Guccini.

(Per colpa sua adesso ho il terrore di morire di parto, non guido in autostrada e ho sempre una scusa pronta casomai qualcuno mi chiedesse se voglio venire anch’io a dirottare un treno all’altezza del capoluogo di regione emiliano) (la scusa è “devo stare a casa a scoprire da che parte mi faccio la riga, mi dispiace”)

L’unica cosa che mi resta da scoprire, più come curiosità che altro, è da quale canzone in particolare mi venga la singolare angoscia che mi scatena l’esposizione alla Deep Note del THX. Poi sarò una donna libera, finalmente.

(Una giovane e sorridente Titolare, circa 2007)

Don’t Know Much About Algebra

La Titolare, tredicenne, non era una persona particolarmente saggia. Se siete lettori abituali e date per scontato che nel corso degli anni non siano intervenute trasformazioni mentali eccessivamente spettacolose, l’affermazione non vi stupirà più di tanto. Se invece avete bisogno di prove ulteriori, lasciate che vi mostri ciò a cui reputavo fosse appropriato sottoporre le mie sopracciglia, all’epoca.

Orrore pubescente

(Già che ci siete, potete anche farvi un’idea del perché le mie cotte dell’epoca fossero in massima parte assolutamente non corrisposte) (il mio attuale ragazzo, invece, ai tempi ha limonato tutte le sue compagne delle medie tranne due) (ho visto le foto, ed era precisamente il genere di ragazzino per cui sospiravo da giovinetta, se non che quando lui era in terza media io ero in seconda elementare) (fortuna che crescendo il divario si attenua parecchio) (e adesso è mio, mio, mio, mio) (ma non divaghiamo) (mio!)

Dicevamo, la Titolare era una tredicenne poco saggia, che non voleva fare il Classico -nonostante fosse palesemente portata- perché la gente che sarebbe andata a fare il classico era noiosa ed antipatica. All’esame di terza media, poi, per circostanze ancora tutte da chiarire, mi ritrovai nella possibilità materiale di suggerire il compito di matematica ad un mio compagno ancora più scarso di me, e lo feci. Venimmo promossi entrambi (io con Ottimo). Lui mi pagò da mangiare alla pizzata di classe, e io, corroborata da questo improbabilissimo risultato, mi iscrissi allo Scientifico (tra lo scuotimento di testa furibondo dei miei familiari).

Il primo voto che presi a settembre fu un 4– in Algebra.

Mi piacerebbe poter dire che fu un’anomalia statistica, ma dovrei glissare riguardo ad anni e anni di corsi di recupero e sufficienze mostruosamente risicate a Giugno, ed evitare di ricordare come la professoressa avesse preso l’abitudine di non chiamarmi mai alla lavagna, per paura che svenissi con il gesso in mano (lei era molto impressionabile, e io molto pallida ed emaciata).

Dovrei tacere del mio biechissimo presenziare (in compagnia di una manciata di altri disperati) alle nozze della professoressa in questione, nella più deprecabile manifestazione di servilismo insulso di cui mi sia mai resa colpevole.

Dovrei tralasciare di mettere per iscritto l’aneddoto che, quando lo racconto, suscita nei miei interlocutori lo stupore riguardo al mio essere in grado di compiere autonomamente i gesti della vita quotidiana, ossia il fatto che allo scritto della maturità io abbia copiato quasi integralmente da uno che ha preso il massimo e lo stesso sia riuscita ad incasinare il tutto fino a precipitare nell’insufficienza (“Giulia, allora, com’è andata?” “Benissimo, mamma, ho copiato da Tizio!” “Ooooh, meno male, brava”) (“Quanto hai preso, alla fine?” “Uhm, 9/15″ “Ah”).

Dovrei consegnare all’oblio della Storia lo svolgimento ridicolo della parte scientifica del mio orale di maturità, soprattutto la domanda sul Teorema di Rolle, a cui, nel mio silenzio attonito,  ha risposto in un sussurro corale l’intero pubblico presente, portando la misericordiosa commissaria esterna a glissare sulla mia totale impermeabilità alla materia e a consegnarmi direttamente nelle mani pietose della professoressa di Fisica, che si è limitata ad invitarmi a disegnare “due masse, ecco, che si attraggono” mentre lei rispondeva autonomamente al quesito che mi aveva posto.

Mi piacerebbe potervi dire che si trattò di un’anomalia statistica, ma mentirei. E sarebbe una bugia inutile, perché nonostante tutto mi sono diplomata, con un dignitosissimo 87, e lasciate che vi dica che mantenere la media dell’otto per cinque anni pur essendo assolutamente refrattaria alle due, tre materie indirizzo non è cosa da poco. Diciamo che mi piacciono le sfide. O che sono un po’ scema. Mi sa la seconda.

(Sì, ho fatto una scuola pretenziosa)

La perdita dell’innocenza

Ve li ricordate i Giochi senza frontiere? Io, ai tempi, ero appassionatissima (anche se il fatto che l’Italia fosse bianca e non azzurra mi turbava da matti) (poi, vabbè, tifare Italia era da disgraziati: mai una volta che giocassero il fil rouge in un momento vagamente azzeccato, ‘sti scemi) (che nervi).

Ricordo, poco prima che smettessero di trasmetterlo da noi, una puntata speciale, con le squadre divise per continenti invece che per nazioni. Inviato italiano che si avvicina ad uno dei concorrenti dell’Oceania (OCEANIA! WOW!) mentre si sta imbragando per qualche prova bizzarra, e domanda, sfoggiando un inglese di circostanza ma dignitosissimo (altro che Tg1), sorriso smagliante, where exactly are you from? Il tizio che smette di fare quello che sta facendo, alza gli occhi, si gratta perplesso la nuca, riflette un istante e risponde: mah, io veramente sono di Verona.

Ecco, credo che la mia infanzia sia finita quel giorno.

I’m In Good Shape For The Shape I’m In

No, per dire, io sono cresciuta in un mondo popolato di gente bizzarra.

Quando avevo quindici anni, in palestra, mentre giochicciavo pigramente a volano (volano non-competitivo, ovviamente, sia mai che si sudi), sono stata centrata in pieno da una pallonata tipo Holly e Benji. In faccia. Male. Malissimo.

L’infermiere della scuola, che stazionava abitualmente sulle gradinate e aveva assistito alla scena, mi agguantò per un polso approfittandosi del mio momentaneo smarrimento/accecamento, e mi trascinò in infermeria. Mi fece stendere sul lettino. Armeggiò alcuni secondi fuori dalla mia visuale. Si chinò su di me, stillando nel mio occhio semichiuso alcune gocce di un medicamento di qualche tipo. Si rialzò. Disse una cosa che non ho mai più dimenticato.

“Ok, ora che ti ho messo l’antistaminico… cos’è che ti aveva morso?”

[silenzio basito]

“Eh, una pallonata. Dev’essere, sa, stagione.”

Sipario

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Lookbook, Lookbook… appena ci metto qualche fotina vi do l’indirizzo. Portate pazienza, su. Tanti baci lovvosi,

Jules

I’m Tired Of Sitting Here Trying To Write This Book

Oh, ho preso una decisione. Io il post conclusivo sullo sci non lo voglio scrivere. Ogni dannata volta che provo ad iniziare trovo qualcosa di pazzescamente meglio da fare, tipo contarmi le dita dei piedi.

A me piace lasciare le cose non finite, mi piace un casino. Sono una persona che soffre di Sindrome dello slancio di tipo lavico: se inizio una cosa e la finisco entro due ore e mezza viene fuori che è una meraviglia (modesssssssta, sì), altrimenti il mio impeto si pietrifica e non c’è verso di smuovermi. Non c’è bisogno che sia io a dirvi quanto poco questa peculiarità mi abbia aiutata nel corso della carriera scolastica – be’, nel corso di qualsiasi pseudo carriera io abbia mai cercato di intraprendere, veramente: ho scritto un romanzo* quando avevo sedici anni, macinando una decina di pagine ogni sera, e sto vagamente cercando di terminarne un secondo più o meno dall’epoca della conclusione del primo. Ho scritto cinquanta pagine, tipo, e la trama si va facendo più nebulosa via via che passa il tempo – se mai lo finirò, preparate pure la corona di batuffoli d’ovatta per proclamarmi Regina della fuffa Genio Visionario.

Ok, adesso che ho spezzato ogni fragile illusione riguardo l’inverosimile conclusione della trilogia nevosa mi sento meglio, e posso salutarvi e augurarvi una buona notte, in attesa del post di domani. Post che non menzionerà la neve, nemmeno di sfuggita.

Una stretta di mano cortese ma ferma (ché a S. Valentino le effusioni mi fanno tanto, tanto orrore),

Jules

Ps. Uh, mi sono fatta lookbook. Tranquilli, tranquilli, ho già iniziato spontaneamente a vergognarmene.

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* un romanzo brutto, niente paura: il mondo dell’editoria non sta perdendosi nulla.

My Name Is Jules, I’m Your Biggest Fan

1) quando sono finita in prima fila prima e sui megaschermi poi al concerto degli AC/DC

2) quando Nick Cave mi ha additata come “Little Miss Quick” e poi ancora mentre cantava Deanna, al suo concerto (ed era pure la sera del mio compleanno)

3) quando Patti Smith è scesa dal palco e ha abbracciato tutta la prima fila, e io ero in prima fila

4) quando avevo tre anni e tra tutte le bambine del delfinario hanno scelto proprio me per interagire con il delfino (questa ce l’ho su VHS)

5) quella volta che ho vinto una tessera del cinema recensendo un libro che non avevo letto

6) la prima volta che ho fatto l’amore

7) la prima volta che ho scritto qualcosa che potessi rileggere con orgoglio

8 ) quella volta che ho preso 10 in matematica

9) quando mi hanno dato in mano la patente, e non ci credevo

10) il 18 di gennaio scorso

11) quella volta che non sono morta scivolando dall’albero da mia nonna

12) quando ho capito di avere davvero la stima di un adulto che mi trattasse come un’adulta

13) ogni volta che sono riuscita a trovare una conclusione brillante per un elenco numerato – ergo, non stanotte

The Lady Is A Tramp

13 MANIERE PER ATTENTARE CON UN DISCRETO MARGINE DI SUCCESSO ALLA VIRTÙ DI UNA GIOVINE, GRAZIOSA DEFICIENTELLA

1) Essere Mick Jagger

2) Farmi ridere. Ma devono essere risate convulse, badate. Roba da farsi mancare il fiato e dolere la milza. Praticamente, devo essere bordeaux e deve sembrare che abbia corso la campestre (e qui eviterò di aprire il filone inquietante delle mille e una maniere in cui sono riuscita ad evitare di correre la campestre nel corso della mia demenziale carriera scolastica)

3) Possedere quel tipo di bellezza ineluttabile a cui nessuna persona minimamente attratta dal genere maschile sia in grado di resistere, o, in alternativa, essere brutti senza il minimo ritegno. L’importante è che non abbiate di quelle noiose paranoie riguardo all’aspetto fisico. Be comfortable in your own skin, or you’ll never get a chance to get comfortable in mine

4) Avere una passione – qualcosa di sensato, però, la fase gestatoria del gerbillo minore magari nella prossima vita – ed essere in grado di parlarmene per ore. Voglio vedere il sacro fuoco di una qualche cosa random bruciare nelle vostre fosche pupille, voglio che mi lasciate a bocca aperta, voglio che mi facciate ammutolire (tenete presente che sono la persona più saccente a Nord del Po e ad Ovest dell’Adda; ce n’est pas aussi facile)

5) Essere Mick Jagger

6) Guidare in una maniera che mi faccia venire voglia di lasciarvi le chiavi della mia macchina; e saperlo fare con cognizione di causa, dal momento che la mia macchina è in realtà la macchina di mio padre, e mio padre è piuttosto geloso della propria macchina (nonché della salute fisica della propria figlioletta) (nonché della propria precissisima regolazione delle impostazioni dell’aria condizionata)

7) Scrivermi cose argute, brillanti e maliziose. A tarda notte è meglio, la mia soglia di giudizio per ciò che è arguto/brillante/malizioso si abbassa drasticamente dopo la mezzanotte. Un qualsivoglia tipo di abbreviazione o abuso di punteggiatura innocente vi costerà qualsiasi possibilità abbiate mai potuto avere con me, naturalmente: sono una vergine vestale della sintassi.

8 ) Conoscermi ad un concerto che mi stia piacendo davvero tanto. O essere sul palco durante un concerto che mi stia piacendo discretamente. O invitarmi sul palco durante un concerto di cui mi frega poco. O portarmi dietro le quinte di un concerto veramente schifoso.

9) Essere Mick Jagger

10) Giocare con me a qualcosa di veramente, veramente stupido, roba tipo maschi prendono femmine, e farlo senza implicazioni sessuali, così, per il gusto di fare un po’ gli scemi. Oppure farlo con implicazioni sessuali, ma farlo veramente bene. Veramente. Bene.

11) Stupirmi, ma stupirmi in positivo. Precisiamo, non si sa mai; scoprire che nutrite un interesse sterminato per le tenie sotto spirito protrebbe stupirmi, in effetti, ma difficilmente rappresenterebbe un’evoluzione per il meglio della nostra storia – almeno, credo.

12 )Rivelarsi un uomo adulto con uno spirito da ragazzo, o viceversa.  Ma che siano un ragazzo e un uomo interessanti,  non gente dalla quale ho trascorso una vita intera a fuggire più o meno educatamente.

13) … vi ho già parlato di Mick Jagger?