I’m hating everything

«Vieni al mare»  «No» «Questa volta niente consensi a gite estorti con l’inganno» «No» «Promesso» «No»

«Pronto, buongiorno, la signora Villa?» «Dipende, è più probabile che cerchi mia madre. Mi dica.» «Mi serviva un’informazione, le rubo solo un istante, sa per caso se c’è qualcuno nel palazzo che vende?» «No, non so nulla. Ehi, ehi, aspetti, ma lei ha già chiamato ieri chiedendo la stessa cosa!» (In falsetto) «Lo escludo»

«Vieni al mare» «Non mi piace» «Sì che ti piace, l’anno scorso sei venuta giù un mese» «L’anno scorso ho passato l’estate a lasciare il fidanzato, era una tattica» «Fallo anche quest’anno!»

«Asilo nido Gli orsetti padani, via Colombi 18, Milano»

(Mattina presto) «Vieni al mare» «No» «Così ti riposi, dormi»

«Guarda questa» «Quale» «Lo struzzo viennese» «No, è l’ostrica» «Giusto. Sì. Non sembra male» «Nelle istruzioni si accenna a esercizi di riscaldamento» «Uh, è vero» «Si va a qualificare come attività sportiva» «Ah» «Va contro tutti i miei principi»  «Ok»

«Vieni al mare» «Fatemi un pacchettino voi»

 «Quel film che mi piace tanto, come si chiama, quello con l’attrice, La casa del noccìolo»

«Vieni al mare»  «Ok»

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Red Eyeshadow, Green Mascara

Per i primi dieci anni della mia vita, la cura della mia persona è stata affidata a una donna così completamente impermeabile ai segreti della cosmesi da avere in seguito sviluppato la tremebonda abitudine di riporre le biro colorate che trova in giro per casa nel mio beauty case.

(No, mamma, la Stabilo non fa le matite degli occhi. Ti dico di no.)

Per anni, con la beata incoscienza e la fiducia cieca di cui solo i bambini sono capaci, ho messo la mia preziosa testolina nelle mani (singolarmente votate alla pettinatura delle orecchiette infantili) di una che, l’unica volta che ha provato a farsi un brushing, è finita mezza isterica con una spazzola tonda completamente inglobata tra i capelli, a minacciare di tagliarsi alla radice la ciocca incriminata.

(State tranquilli, ha due sorelle che le vogliono bene e l’hanno costretta a lasciar giù le forbici e farsi disincastrare manualmente)

Il problema di mia madre –eh, avercene di problemi così– è che è bella. Bella nel senso più canonico del termine, bella come da bambina ti immagini siano belle le principesse: gli occhi azzurri, i capelli lisci e lunghi e biondi, il naso dritto, le labbra carnose, la pelle uniforme, il sorriso brillante, gli zigomi zigomosi. Bella, e soprattutto regalmente, totalmente, sinceramente disinteressata al proprio aspetto esteriore.

Non così tu, invece. A te l’aspetto esteriore importa eccome.

Insomma, tu hai sei anni, e tua madre è bella. Lo vedi che è bella, soprattutto se la compari alle mamme delle tue amichette, che hanno i capelli stratinti e rigidi di lacca, la faccia color fanghiglia e la matita nera che sbava nella piega dell’occhio. Tua madre è bella, e sei bella anche tu, a sei anni, sei biondina e liscia e ben proporzionata. Covi un malcelato senso di superiorità estetica. Ti illudi sarà sempre così.

(In tutto questo, è un bene che a tua madre non interessi la cosmesi, perché dentro di lei cova latente una passione astratta per gli ombretti turchesi e i rossetti arancioni, oltre che alcune idee piuttosto singolari sulla tecnica ottimale di applicazione del mascara)

Poi però gli anni passano, e tua madre continua a essere bella, ma tu entri nella fase tragica della pubertà, perdendo nel giro di sei mesi tutto il capitale di bellezza su cui avevi fatto affidamento fino ad allora. Ti senti un mostro, e rinnegando la bambina spocchiosa che eri corri come attirata da una forza irresistibile verso i pochi, improbabili prodotti di bellezza asserragliati nell’armadietto del bagno in striminzita rappresentanza dell’universo beauty.

Essi sono: un mascara talmente vecchio da rappresentare l’equivalente oftalmico della caprese a base di pomodoro ammuffito, una matita per gli occhi grigiazzurra che puzza di Germania Est lontano un miglio, un inspiegabile quanto audace correttore color mogano.

Ci aggiungi una matita nera granulosissima che hai trovato in una rivista, e un surreale stick brillantinoso profumato all’arancia (te l’ha regalato una tua compagna di classe che evidentemente ti odia, accompagnandolo con un profumo alla vaniglia che ti ha scatenato istinti omicidi e senso d’inadeguatezza, in parti uguali), annuisci grave e scappi in camera tua, dove la luce fa schifo e non hai uno specchio di dimensioni plausibili e soprattutto, essendo l’argomento in casa tua appena meno discusso della fisica nucleare, non hai la più pallida idea di quello che intendi fare.

Ma sei determinata, ah se sei determinata.

Hai fatto la tua scelta.

(continua)

Ciao, sono la sua mamma in versione adolescente.
Qui non sembra, ma sono anche intelligente.

Romagna mia

Domani -ma credo lo sappiate- c’è il Grosso Sciopero Apocalittico TOTALISSIMO di tutti i mezzi di trasporto urbani, extraurbani, reali, virtuali, possibili ed immaginabili.

La Titolare, il cui genitore aveva una caterva di punti Trenitalia in scadenza, approfitterà dell’occasione per recarsi alla Stazione Centrale con le prime luci dell’alba (vabbe’, le otto e qualcosa, ché poi la metro si ferma) e da lì -passando con fare di scherno tra due ali di folla pendolare inferocita- partire a bordo di uno dei circa sei treni confermati in ambito nazionale, destinazione mare.

Seguirà intenso fine settimana di meditazione introspettiva rivisione integrale delle prime tre serie di Skins, con ritorno alla civiltà previsto per la serata di lunedì. Questo sempre che io sopravviva all’esperienza (mia mamma è sicura di no, dice che mi ferirò a morte con la manetta del gas o roba così).

(A riprova della scarsa fiducia che mia mamma nutre nei confronti delle proprie consanguinee, vi dico solo che giù al mare esiste un quadernino da lei e dall’altra sorella compilato ad uso e consumo della mia zia un po’ imbranata, in cui con molta condiscendenza è spiegato per filo e per segno tutto ciò che bisogna fare all’apertura della casa e appena prima della ripartenza) (e aggiungo che mia mamma mi ha già preparato un biglietto in cui sono annotate meticolosamente le istruzioni per il rinvenimento del suddetto quadernino).

Buon fine settimana a tutti!

La Titolare lotta teatralmente contro l’influenza suina, estate 2009

Ma che bella teoria (semplice quasi come l’idiozia)

“Giulia, ma sei sveglia?”

“Sì, mamma, sono sveglia dalle sette. Ho fatto tutti dei sogni orrendi sui treni.”

“Ma a te i treni piacciono!”

“Non i treni immaginari che devo prendere di domenica mattina per andare alle conferenze immaginarie. A Bologna. P0i sono arrivata lì e al mio posto c’era già una tizia. E lo sai che io a Bologna non ci voglio tornare mai più.”

“Alzati, va’, intanto, che tra mezz’ora devi uscire sul serio.”

“Non voglio uscire. Non voglio alzarmi. Non mi vesto. Non voglio neanche mettere gli occhiali. Non me ne frega niente di niente, voglio stare qui.”

“Devi alzarti per forza, su. Pensa però che non vai a Bologna!”

“Lasciami stare, mamma, è tutto un dramma.”

“Uh, ancora. Ma non eri lì settimana scorsa a stupirti di come le cose andassero troppo bene?”

“Appunto.”

“Certo che la fai difficile, tu.”

“Non la faccio difficile, la voglio solo fare finita con tutti. Non pensare più a niente. Sto qui, non mi alzo, spengo il telefono, fine. Che mi lascino in pace.”

“Guarda che fai prima a scappare tu, piccola.”

“Non dirlo, eh! Lo faccio davvero. Adesso tu esci col papà e quando torni niente, io sono scappata.”

“Porti via anche le tue cose, o lasci tutto il casino per terra? E’ importante saperlo.”

“Lascio tutto qui, illusa. Mi distacco dai possedimenti materiali.”

“Peccato.”

“Voglio dimenticare tutto.  Andare via. Semplificarmi.”

“Non si può. Per essere felici bisogna seguire ogni piccola e complicata parte di sé, non si può sopprimerle. “

“Uh, be’, vallo a spiegare alle persone, che ti comporti da scema perché le tue piccole e complicate parti sono particolarmente poco disposte a collaborare tra loro.”

“Guarda che non è mia, l’ha detto Virginia Woolf.”

“Mamma, Virginia Woolf si è uccisa.”

“Sì, però alla fine. Su, alzati.”

You’ll Grow Up And You’ll Calm Down

I miei molari, pare, presentano una quantità di cuspidi superiore alla media (e alla ragionevole necessità d’uso). Il dentista era piuttosto compiaciuto, quando me l’ha comunicato, perché è una cosa abbastanza rara, almeno per chi non vive nell’età del bronzo. Il risvolto pratico, essenzialmente, è che a quest’ora potrei essere da qualche parte a masticare senza troppe difficoltà dei piccoli rami, se avessi la mandibola ben allenata.

(Cosa che non ho, ma potrei lavorarci. Dovrei aumentare la frequenza con cui mi dedico alle foglie più esterne dei carciofi al burro)

I miei genitori sono molto orgogliosi del fatto che, a quanto sembra, io sarei tra i pochi eletti a sopravvivere ad un’eventuale estinzione di massa di tutte le specie vegetali a stelo tenero. Il che è curioso, perché generalmente non è che siano particolarmente colpiti dai miei dettagli somatici – per dire, l’altro giorno mia madre, che vive con me, è venuta nella mia stanza a chiedermi di che colore avessi i capelli.

(Se mi avesse persa in spiaggia quando ero piccola (“la bambina indossa un costumino color… ehm, un costumino”) probabilmente avrei finito per venir allevata da una colonia di granchi locali. È quasi sicuro che i granchi mi avrebbero insegnato a truccarmi/pettinarmi/sistemarmi più di quanto abbia fatto lei. Ha quasi cinquant’anni e mia nonna la rincorre ancora con la spazzola)

Riflettendoci, alla radice della cura tormentosa che dedico loro (vent’anni e ancora non ho capito da che parte mi faccio la riga) (ogni mattina, una sorpresa) (di solito brutta) potrebbe esserci proprio lo scarsissimo interesse della genitrice nei confronti dei miei capelli. Lei, e di questo le va dato merito, ha sempre controbilanciato prestando un’attenzione maniacale alla semina e alla coltivazione delle mie future fisime, principalmente  attraverso l’ascolto forzato dei dischi di Guccini.

(Per colpa sua adesso ho il terrore di morire di parto, non guido in autostrada e ho sempre una scusa pronta casomai qualcuno mi chiedesse se voglio venire anch’io a dirottare un treno all’altezza del capoluogo di regione emiliano) (la scusa è “devo stare a casa a scoprire da che parte mi faccio la riga, mi dispiace”)

L’unica cosa che mi resta da scoprire, più come curiosità che altro, è da quale canzone in particolare mi venga la singolare angoscia che mi scatena l’esposizione alla Deep Note del THX. Poi sarò una donna libera, finalmente.

(Una giovane e sorridente Titolare, circa 2007)

All The Boys Think She’s A Spy

Il mio postino pensa che io sia strana, e forse addirittura una qualche sorta di delinquente. La parte criminale dei sospetti deriva dal fatto che mi arrivino una media di tre pacchetti esteri alla settimana (giustamente, visto che quello che sto tenendo in piedi è un traffico di borsine di plastica Eyeko dall’Inghilterra); la parte della lieve bizzarria è invece tutta da imputarsi alla saltuaria necessità, da parte mia, di scendere a recuperare uno dei suddetti pacchettini mentre si indossa una vecchia maglietta/turbante a copertura dell’impacco di semi di lino, e dall’eventualità che una parte dei suddetti semi di lino sia colata discretamente lungo il collo, tipo processione di insetti semi-putrefatti.

(Tra l’altro, l’atrio del mio palazzo è sempre affollatissimo di gente occhiuta, che su base almeno bisettimanale assiste muta alla cerimonia del ritiro dei pacchi sospetti – con pagamento di tasse sanitarie e doganali, a volte, addirittura! Poi chiediamoci perché quella volta che il mio vicino di pianerottolo ha dimenticato la spesa fuori dalla porta ci ho messo dieci minuti a convincerlo che ero degna di fiducia e che era il caso che aprisse uno spiraglio -con il catenaccio- per consentirmi di porgergli la borsa. “Sono la sua vicina!” “Appunto!”)

Tuttavia, nessuno può sospettare di me più legittimamente dei tizi della Vodafone. I tizi quelli dell’assistenza, non quelli che almeno una volta al mese mi chiamano sul mio numero fisso Vodafone per chiedere se mi andrebbe di passare a Vodafone. Quelli del 190. Nello specifico, la ragazza impietrita che mi ha ascoltata cadere rovinosamente dalla scala a pioli sulla quale ero inerpicata nel tentativo vano di far riprendere conoscenza alla Vod. Station, e alla quale ho poi dovuto spiegare che sì, la sezione domiciliare dell’Ufficio Complicazione Affari Semplici ha optato per la collocazione del modem IN CIMA ALL’ARMADIO DELL’ANTICAMERA, e che no, tranquilla, non mi ero fatta male, potevamo proseguire. Forse.

(Possessori di Vodafone Station all’ascolto, learn from my fail*: generalmente, staccare la spina per un paio di minuti risolve qualsiasi problema. No, non state a ringraziarmi.)

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* lo so che si dice “failure”, è una citazione.

(Fa anche volontariato nelle case di riposo, quando capita)

L’amministratore che è fuggito con 8 milioni di euro non ha fatto i conti con il Fattore Mio Nonno: 91 anni, una salute di ferro, un puntiglio inimmaginabile e una quantità illimitata di tempo libero. Non mi stupirei se si imbarcasse di persona alla volta di Santo Domingo per recuperare la propria quota di spese di condominio.

Ah, l’istruzione liceale: serve!

I miei vicini di sopra sono nel bagno che percuotono una lamiera da stamattina alle sette e dieci. Quare id faciant* fortasse requiris; nescio, sed [...] excrucior.

*quel “faciant” mi è costato minuti e minuti di ricerche – credevate davvero che sapessi coniugare il congiuntivo? Tsk, ho fatto il liceo matematico-naturalistico, io.

(Non chiedetemi di calcolarvi un limite, adesso, perché potrei piangere. Vado a studiare)

Daddy’s Girl

Update: giusto perché abbiate modo di inquadrarlo correttamente fin da subito, eccovi una foto di repertorio (estate 2005) di me e del mio illustre genitore, scattata da me medesima sulle ingrate coste sabbiose di Galway, Irlanda. Nel caso ve lo steste chiedendo, sì, quelli sono occhiali da sole, e sì, quello che indosso io è un impermeabile gommato con tanto di cappuccio. Lascio al vostro giudizio la decisione su chi di noi due stesse errando tantissimo nella scelta degli accessori.

Che espressione intelligente, la ragazzina.

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La figura paterna & la Titolare sono a casa da soli fino a fine mese, periodo che incidentalmente sta facendo registrare un misterioso aumento del 2000% delle spese di gestione domestica. Non potendo, come da tradizione, irrompere nella mia stanza per annodarmi le punte dei calzini (d’estate, ovviamente, ometto di indossare indumenti da piede), il simpatico genitore ha escogitato tutta una serie di altre maniere bizzarre per impedire il più possibile lo svolgimento placido della mia piccola esistenza di studiosa studentessa.

a) Ritornare dal supermercato (“vado un momento a comperare le pile”) con una quantità di succo di frutta equivalente grosso modo alla portata oraria del Ticino. Scegliere attentamente i gusti tra i più improbabili in esposizione (“eccoti un bel succo di aloe e susina”), badando che la veste grafica sia stata curata da un illustratore formatosi alla scuola della propaganda irachena sotto Saddam.

b) Preparare & recapitare curiose quanto eterogenee colazioni, curando maniacalmente sia l’abbinamento sadico dei sapori sia la presentazione delle pietanze. Colazione di oggi: shangai di sottili barrette ricavate da una fetta di formaggio a pasta semidura e bicchierone ghiacciato di succo di Frutto della Passione (in brick).

c) Rifiutarsi di fare riferimento alla camera di mio fratello, che al momento è in ferie, se non attraverso l’espressione “la stanza del mandala”. Domandare la mia assistenza per le operazioni di stenditura lenzuola nella suddetta stanza del mandala; permettere che vi si acceda, panni stesi a parte, soltanto per assistere ai titoli di testa del tg e riderne (in cucina abbiamo solo la radio, e la tele di mio fratello è particolarmente figa).

d) Operare del terrorismo psicologico perfettamente gratuito nei confronti delle mie banalissime preferenze alimentari, cfr. punto b. Disegnare un faccino amichevole sulla confezione di cellophane della mia fesa di tacchino, approfittando della mia distrazione per impadronirsi di altri, più appetitosi generi alimentari di mia esclusiva proprietà (es. prosciutto di Praga)

Una fesa di tacchino vuole fare amicizia

Dice il fumetto: "Ciao, siamo amici?"