Romagna mia

Domani -ma credo lo sappiate- c’è il Grosso Sciopero Apocalittico TOTALISSIMO di tutti i mezzi di trasporto urbani, extraurbani, reali, virtuali, possibili ed immaginabili.

La Titolare, il cui genitore aveva una caterva di punti Trenitalia in scadenza, approfitterà dell’occasione per recarsi alla Stazione Centrale con le prime luci dell’alba (vabbe’, le otto e qualcosa, ché poi la metro si ferma) e da lì -passando con fare di scherno tra due ali di folla pendolare inferocita- partire a bordo di uno dei circa sei treni confermati in ambito nazionale, destinazione mare.

Seguirà intenso fine settimana di meditazione introspettiva rivisione integrale delle prime tre serie di Skins, con ritorno alla civiltà previsto per la serata di lunedì. Questo sempre che io sopravviva all’esperienza (mia mamma è sicura di no, dice che mi ferirò a morte con la manetta del gas o roba così).

(A riprova della scarsa fiducia che mia mamma nutre nei confronti delle proprie consanguinee, vi dico solo che giù al mare esiste un quadernino da lei e dall’altra sorella compilato ad uso e consumo della mia zia un po’ imbranata, in cui con molta condiscendenza è spiegato per filo e per segno tutto ciò che bisogna fare all’apertura della casa e appena prima della ripartenza) (e aggiungo che mia mamma mi ha già preparato un biglietto in cui sono annotate meticolosamente le istruzioni per il rinvenimento del suddetto quadernino).

Buon fine settimana a tutti!

La Titolare lotta teatralmente contro l’influenza suina, estate 2009

You’ll Grow Up And You’ll Calm Down

I miei molari, pare, presentano una quantità di cuspidi superiore alla media (e alla ragionevole necessità d’uso). Il dentista era piuttosto compiaciuto, quando me l’ha comunicato, perché è una cosa abbastanza rara, almeno per chi non vive nell’età del bronzo. Il risvolto pratico, essenzialmente, è che a quest’ora potrei essere da qualche parte a masticare senza troppe difficoltà dei piccoli rami, se avessi la mandibola ben allenata.

(Cosa che non ho, ma potrei lavorarci. Dovrei aumentare la frequenza con cui mi dedico alle foglie più esterne dei carciofi al burro)

I miei genitori sono molto orgogliosi del fatto che, a quanto sembra, io sarei tra i pochi eletti a sopravvivere ad un’eventuale estinzione di massa di tutte le specie vegetali a stelo tenero. Il che è curioso, perché generalmente non è che siano particolarmente colpiti dai miei dettagli somatici – per dire, l’altro giorno mia madre, che vive con me, è venuta nella mia stanza a chiedermi di che colore avessi i capelli.

(Se mi avesse persa in spiaggia quando ero piccola (“la bambina indossa un costumino color… ehm, un costumino”) probabilmente avrei finito per venir allevata da una colonia di granchi locali. È quasi sicuro che i granchi mi avrebbero insegnato a truccarmi/pettinarmi/sistemarmi più di quanto abbia fatto lei. Ha quasi cinquant’anni e mia nonna la rincorre ancora con la spazzola)

Riflettendoci, alla radice della cura tormentosa che dedico loro (vent’anni e ancora non ho capito da che parte mi faccio la riga) (ogni mattina, una sorpresa) (di solito brutta) potrebbe esserci proprio lo scarsissimo interesse della genitrice nei confronti dei miei capelli. Lei, e di questo le va dato merito, ha sempre controbilanciato prestando un’attenzione maniacale alla semina e alla coltivazione delle mie future fisime, principalmente  attraverso l’ascolto forzato dei dischi di Guccini.

(Per colpa sua adesso ho il terrore di morire di parto, non guido in autostrada e ho sempre una scusa pronta casomai qualcuno mi chiedesse se voglio venire anch’io a dirottare un treno all’altezza del capoluogo di regione emiliano) (la scusa è “devo stare a casa a scoprire da che parte mi faccio la riga, mi dispiace”)

L’unica cosa che mi resta da scoprire, più come curiosità che altro, è da quale canzone in particolare mi venga la singolare angoscia che mi scatena l’esposizione alla Deep Note del THX. Poi sarò una donna libera, finalmente.

(Una giovane e sorridente Titolare, circa 2007)

Train In Vain

La Titolare non è una persona particolarmente piacevole. Sono lunatica, un po’ ripetitiva, molto pigra, e nelle occasioni sociali alterno silenzi agghiaccianti ad esplosioni incontrollate di umorismo nervoso. Non sono nemmeno particolarmente carina, dal vivo: non un cesso, ma niente che vi voltereste a guardare per strada.

(Tranne le rare volte che mi azzardo ad uscire con il rossetto e poi mi dimentico di averlo addosso, nel qual caso è probabile che vi voltereste per cercare di capire da quale bizzarra sindrome dermatologica sia affetta quella povera ragazza con un grosso rash color prugna sulla guancia sinistra)

Per questa serie di ragioni, il fatto che ci sia gente entusiasta all’idea di trascorrere del tempo in mia compagnia non manca mai di lasciarmi profondamente e sinceramente stupita – non parliamo neanche del sant’uomo che mi si è accollata a tempo pieno, visto che la sua mera adorabilità mi fa a volte sospettare che sia semplicemente una proiezione della mia piccola mente desiderosa.

(… uh, ma “adorabilità” è una parola vera!)

Dicevamo, stupore all’idea che qualcuno voglia investire alcune delle sue ore faccia a faccia con me. Stupore che a volte -stupidamente- mi porta ad accettare anche incontri in luoghi esterni alla mia Zona Percorribile (ogni posto raggiungibile con le linee 1 e 2 della metropolitana milanese), salvo pentirmi della cosa prima ancora di aver calcolato il percorso su Google Maps. I cambi di linea mi mettono ansia. I mezzi di superficie mi mettono molta ansia. I tragitti da percorrere a piedi mi gettano in uno stato di prostrazione. Le coincidenze risicate (<30 min=risicata) rischiano ogni volta di uccidermi. Sono una larva.

I miei amici, che non sono stupidi, lo sanno. Quindi, per attirarmi altrove, mentono. Mercoledì scorso mi telefona il mio amico S., che è sia romagnolo che falso come giuda: “Cara, sabato per pranzo sarei a Milano. Ci vediamo?”. Certo, molto volentieri, fissiamo, bene bene, ci sentiamo poi per i dettagli.

Giovedì notte (approfittando del torpore notturno), la rivelazione. “Guarda, non è proprio Milano-Milano… Pavia. Bene uguale?”. Ansia, terrore, treno, cambiamento di programma, senso di colpa, ci vediamo una volta l’anno a dir tanto – va bene lo stesso, certo, sì.

Sabato mattina, mentre io già attendevo trepidante il primo dei tre mezzi pubblici previsti: “Allora, qui c’è un po’ di coda, non riesco ad essere a Pavia per l’ora che avevamo detto. E se tu mi raggiungessi a Piacenza? Poi arriveremmo in macchina fino a Pavia, in tempo per il tuo treno di ritorno.”

(Sì, avete capito bene: il piano era che io prendessi un treno appositamente per poter poi percorrere un tratto di autostrada, potenzialmente congestionato. Cosa devo dirvi, sono un’originale, mi piace andare controcorrente.)

Dieci minuti e la promessa di poter poi cantare impunemente in macchina (“non aspettavo ti giuro NESSUNOOOO”), ho ansiosamente acconsentito a recarmi in una direzione differente da quella preventivata.

Vi risparmio le meste disavventure alla biglietteria automatica, gli abbacinanti -brevi, ma abbacinanti- sforzi anaerobici propedeutici alla cattura del treno corretto, i miei tentativi maldestri di celare ai vicini di posto il titolo dell’imbarazzante trattatello teologico che sono costretta a studiare, la sosta pipì nel centro commerciale più brutto dell’universo mondo.

Nominerò solo l’onore di aver mangiato in un ristorante dove si entrava citofonando, il menu veniva letto ad alta voce e poi lasciato alla nostra elaborazione mnemonica, i cappotti venivano requisiti all’ingresso e il mio amico si è preso un cazziatone campanilistico mica da poco per aver timidamente domandato dello gnocco fritto.

Il culatello era però molto buono, e la compagnia eccellente.

(Non andate a Piacenza. Non andateci. Una volta ho perso un treno importantissimo, a Piacenza. Brutto posto.)

[A breve: una foto della Titolare seduta al ristorante, intenta ad essere una compagnia pochissimo piacevole No, in realtà no. L'unica parte di me dignitosa abbastanza da poter essere pubblicata era il golfino - va' che bel golfino.]

All The Boys Think She’s A Spy

Il mio postino pensa che io sia strana, e forse addirittura una qualche sorta di delinquente. La parte criminale dei sospetti deriva dal fatto che mi arrivino una media di tre pacchetti esteri alla settimana (giustamente, visto che quello che sto tenendo in piedi è un traffico di borsine di plastica Eyeko dall’Inghilterra); la parte della lieve bizzarria è invece tutta da imputarsi alla saltuaria necessità, da parte mia, di scendere a recuperare uno dei suddetti pacchettini mentre si indossa una vecchia maglietta/turbante a copertura dell’impacco di semi di lino, e dall’eventualità che una parte dei suddetti semi di lino sia colata discretamente lungo il collo, tipo processione di insetti semi-putrefatti.

(Tra l’altro, l’atrio del mio palazzo è sempre affollatissimo di gente occhiuta, che su base almeno bisettimanale assiste muta alla cerimonia del ritiro dei pacchi sospetti – con pagamento di tasse sanitarie e doganali, a volte, addirittura! Poi chiediamoci perché quella volta che il mio vicino di pianerottolo ha dimenticato la spesa fuori dalla porta ci ho messo dieci minuti a convincerlo che ero degna di fiducia e che era il caso che aprisse uno spiraglio -con il catenaccio- per consentirmi di porgergli la borsa. “Sono la sua vicina!” “Appunto!”)

Tuttavia, nessuno può sospettare di me più legittimamente dei tizi della Vodafone. I tizi quelli dell’assistenza, non quelli che almeno una volta al mese mi chiamano sul mio numero fisso Vodafone per chiedere se mi andrebbe di passare a Vodafone. Quelli del 190. Nello specifico, la ragazza impietrita che mi ha ascoltata cadere rovinosamente dalla scala a pioli sulla quale ero inerpicata nel tentativo vano di far riprendere conoscenza alla Vod. Station, e alla quale ho poi dovuto spiegare che sì, la sezione domiciliare dell’Ufficio Complicazione Affari Semplici ha optato per la collocazione del modem IN CIMA ALL’ARMADIO DELL’ANTICAMERA, e che no, tranquilla, non mi ero fatta male, potevamo proseguire. Forse.

(Possessori di Vodafone Station all’ascolto, learn from my fail*: generalmente, staccare la spina per un paio di minuti risolve qualsiasi problema. No, non state a ringraziarmi.)

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* lo so che si dice “failure”, è una citazione.

La fidanzata di Berlusconi – CONTEST!

La fidanzata di Berlusconi

Katja è un ingegnere nucleare di San Pietroburgo (pare). Parla e capisce correttamente due lingue (il russo, e il russo parlato con un buffo accento francese). Putin, compagno delle elementari di suo padre, intendeva farla Ministro degli Esteri, ma durante una sobria cena tra amici in dacia -a cui partecipava in compagnia di alcune colleghe di facoltà- è rimasta ammaliata dal genio umoristico e dalle doti narrative di Berlusconi, tanto da impiegare i risparmi di una vita per corrompere una guardia del corpo e introdursi clandestinamente nella stiva dell’aereo presidenziale (durante il viaggio ha redatto a tempo perso tesi di laurea per diversi amici, scanzonato hobby giovanile che condivide con il nostro generoso PdC).
Berlusconi ha deciso di farne la compagna di una vita principalmente per via del suo aspetto insieme delicato e sofisticato, perfetto per stroncare sul nascere qualsiasi volgare insinuazione riguardo la supposta concupiscenza degli uomini in età nei confronti delle ragazze giovani e vivaci, e delle sue invidiabili doti d’eloquenza. Al momento sta lavorando ad una pervasiva riforma della nostra Costituzione, orientata essenzialmente all’introduzione del buffo accento francese.
L’ottantacinquenne signora Irma (qui ritratta su Chi) è la madre dell’Avvocato Ghedini. Da anni dedita soprattutto alla vita ritirata e alla cura dei nipotini in compagnia del marito Piero, è stata forzatemente reclutata dal figlio nell’ambito della strategia “Silvio giovanotto aitante sedotto dalle mature ma ancora piacenti amiche di famiglia”.
L’incomprensibile rifiuto dei PM di acquisirne la testimonianza esclusivamente attraverso un videomessaggio girato sul set stesso del servizio fotografico di Chi, e la conseguente esigenza di presentare brevemente in pubblico la signora Irma, hanno spronato i migliori cervelli Mediaset alla creazione di un nuovo format di sicuro successo: “Extreme Makeover Silicone Everywhere Babbiona Edition”, mentre il settore della produzione industriale di maniche di tulle color carne -in crisi per la drammatica carenza di fiscio con Sophia Loren- ha conosciuto un nuovo, subitaneo momento di prosperità. Meno male che Silvio c’è!

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Unitevi a noi sulle Malvestite, e mostrateci la vera fidanzata del nostro caro leader!

Don’t Know Much About Algebra

La Titolare, tredicenne, non era una persona particolarmente saggia. Se siete lettori abituali e date per scontato che nel corso degli anni non siano intervenute trasformazioni mentali eccessivamente spettacolose, l’affermazione non vi stupirà più di tanto. Se invece avete bisogno di prove ulteriori, lasciate che vi mostri ciò a cui reputavo fosse appropriato sottoporre le mie sopracciglia, all’epoca.

Orrore pubescente

(Già che ci siete, potete anche farvi un’idea del perché le mie cotte dell’epoca fossero in massima parte assolutamente non corrisposte) (il mio attuale ragazzo, invece, ai tempi ha limonato tutte le sue compagne delle medie tranne due) (ho visto le foto, ed era precisamente il genere di ragazzino per cui sospiravo da giovinetta, se non che quando lui era in terza media io ero in seconda elementare) (fortuna che crescendo il divario si attenua parecchio) (e adesso è mio, mio, mio, mio) (ma non divaghiamo) (mio!)

Dicevamo, la Titolare era una tredicenne poco saggia, che non voleva fare il Classico -nonostante fosse palesemente portata- perché la gente che sarebbe andata a fare il classico era noiosa ed antipatica. All’esame di terza media, poi, per circostanze ancora tutte da chiarire, mi ritrovai nella possibilità materiale di suggerire il compito di matematica ad un mio compagno ancora più scarso di me, e lo feci. Venimmo promossi entrambi (io con Ottimo). Lui mi pagò da mangiare alla pizzata di classe, e io, corroborata da questo improbabilissimo risultato, mi iscrissi allo Scientifico (tra lo scuotimento di testa furibondo dei miei familiari).

Il primo voto che presi a settembre fu un 4– in Algebra.

Mi piacerebbe poter dire che fu un’anomalia statistica, ma dovrei glissare riguardo ad anni e anni di corsi di recupero e sufficienze mostruosamente risicate a Giugno, ed evitare di ricordare come la professoressa avesse preso l’abitudine di non chiamarmi mai alla lavagna, per paura che svenissi con il gesso in mano (lei era molto impressionabile, e io molto pallida ed emaciata).

Dovrei tacere del mio biechissimo presenziare (in compagnia di una manciata di altri disperati) alle nozze della professoressa in questione, nella più deprecabile manifestazione di servilismo insulso di cui mi sia mai resa colpevole.

Dovrei tralasciare di mettere per iscritto l’aneddoto che, quando lo racconto, suscita nei miei interlocutori lo stupore riguardo al mio essere in grado di compiere autonomamente i gesti della vita quotidiana, ossia il fatto che allo scritto della maturità io abbia copiato quasi integralmente da uno che ha preso il massimo e lo stesso sia riuscita ad incasinare il tutto fino a precipitare nell’insufficienza (“Giulia, allora, com’è andata?” “Benissimo, mamma, ho copiato da Tizio!” “Ooooh, meno male, brava”) (“Quanto hai preso, alla fine?” “Uhm, 9/15″ “Ah”).

Dovrei consegnare all’oblio della Storia lo svolgimento ridicolo della parte scientifica del mio orale di maturità, soprattutto la domanda sul Teorema di Rolle, a cui, nel mio silenzio attonito,  ha risposto in un sussurro corale l’intero pubblico presente, portando la misericordiosa commissaria esterna a glissare sulla mia totale impermeabilità alla materia e a consegnarmi direttamente nelle mani pietose della professoressa di Fisica, che si è limitata ad invitarmi a disegnare “due masse, ecco, che si attraggono” mentre lei rispondeva autonomamente al quesito che mi aveva posto.

Mi piacerebbe potervi dire che si trattò di un’anomalia statistica, ma mentirei. E sarebbe una bugia inutile, perché nonostante tutto mi sono diplomata, con un dignitosissimo 87, e lasciate che vi dica che mantenere la media dell’otto per cinque anni pur essendo assolutamente refrattaria alle due, tre materie indirizzo non è cosa da poco. Diciamo che mi piacciono le sfide. O che sono un po’ scema. Mi sa la seconda.

(Sì, ho fatto una scuola pretenziosa)

Cinque divertenti attività per un giorno di pioggia da pendolare

1) Indossare gli stivaletti di gomma. Meglio, stivaletti di gomma dall’imboccatura amplissima: bagnarsi i piedi dal sopra è parecchio più originale. Il riscaldamento incorporato della metropolitana permetterà il raggiungimento dello stadio “zuppa di gamberi” già all’altezza di Cernusco.  Se siete predisposti, perderete i primi pondoli prima di aver valicato i confini della cerchia urbana. Gioite.

2) Arrivare finalmente a comprendere la strategia occulta di ATM: indurre la popolazione dell’hinterland a trascurare progressivamente e infine a distaccarsi dalle preoccupazioni materiali (e dalle carriere scolastiche) semplicemente mantenendo fissa su 14/1 la proporzione mattutina di pullman in arrivo da Milano/diretti a Milano. Coerente  ribaltamento speculare della situazione in orario tardo-pomeridiano.

3) Rifiutare sdegnosamente offerte più che valide di ombrelli a poco prezzo, per poi lasciarsi prendere dallo sconforto pre-prandiale e comperare l’esemplare più brutto dell’intera provincia (e zone adiacenti). Mantenere un contegno appropriato mentre il venditore, imbarazzato dalla prepotente bruttezza dell’oggetto, applica spontaneamente uno sconto esorbitante.

4) Uscire a pranzo con persone dagli standard elevati, che si prendono gioco di un rispettabilissimo bar/paninoteca e lo schifano sulla mera scorta del difficile rapporto del vetrinista con l’ortografia delle parole straniere (parole difficili, tipo “TIKET”). Lasciarsi condurre dalle medesime persone nemiche degli ombrelli (“Hai mai visto Elvis Presley con un ombrello, tu? Ecco”) (Elvis non vagolava per Milano a Novembre) (e io non ho una chilata di brillantina ad impermeabilizzarmi la sommità) (dettagli) fino ad una seconda, lessicalmente impeccabile paninoteca/bar. La cui specialità è il Panino alla Peperonata e Salsiccia. Evitare come la peste il panino succitato.

5) Assistere in prima persona al dispiegamento più vibrante, efficace e pervasivo delle forze sabotative anti-capitalismo ATM di cui al punto due: moduli per il rinnovo delle tessere abbonamento estinti in tutta Milano, ATM Point di Centrale chiuso per blocco del computer, macchinette automatiche con la fessura delle monete in panne (“Dammi venti euro, coraggio, riceverai in cambio il tuo prestigioso biglietto urbano. Ah, volevi anche il resto? Ah ha ha, burlone!”). Ammutinarsi e coprire l’intera tratta interurbana armate solo di biglietto ordinario (AH!). Sentirsi meno sola osservando gli adesivi “Buffoni, questa cartina è AL CONTRARIO” con cui qualcuno sta tappezzando le mappe nei vagoni della MM2. Riuscire finalmente nell’impresa di pagare 65€ per il privilegio di riabbonarsi ai mezzi. Aspettare 36 minuti il pullman del ritorno, tanto per non farsi mancare nulla. Meditare gesti plateali.

Far From The Madding Crowd (I Wish I Were)

(Ve ne prego, non odiate troppo intensamente i miei attacchi d’arte e la mia molle e depressiva antisocialità, giuro che prima o poi scriverò qualcosa di divertente)

(Tantopiù che il clima [inedito, ma facciamo finta che no] d’odio nei miei confronti si è già concretizzato in un episodio barbaro ed eclatante: mentre lasciavo l’università, oggi pomeriggio, una cretina squilibrata su dei tacchi vertiginosi e bruttissimi è inciampata nel selciato e, volando, ha travolto e trascinato a terra anche la Titolare, che ha rimediato una pericolosa sbucciatura della mano. Meditate, gente, meditate)

(Come mandante morale, indicherei Gabrielle Maison, che, come ricordiamo, mi detesta)

Like They Do It On The Discovery Channel

Dal momento che Blu Notte è probabilmente la mia trasmissione preferita in assoluto (da grande voglio essere Silio Bozzi), succede abbastanza spesso che io e il caro T. si vada in macchina da qualche parte a passare la versione XXI secolo di una serata-pacciani: posticino semi-isolato, computer portatile, un bel filmetto, un tot di coccole. Coccole che, di solito, vengono interrotte dall’improvviso scatto di nervi del ragazzo, che scambia un sacchetto abbandonato per un maniaco sanguinario e realizza in un lampo che l’unica arma a nostra eventuale disposizione sarebbe il pessimo, pessimo aroma del profumo per ambienti imposto dalla sua genitrice, e decide di condurmi verso altri, meglio illuminati, lidi.

(E’ carino, lui!)

L’altra sera, in previsione di una seratina del genere, la Titolare aveva provveduto a procurarsi una copia di The Strangers. Copia che, con mio grande disappunto, si è poi rivelata per ciò che era veramente, ossia il pregevole Anal Addicts #12. Non avendo altro a portata di mano, abbiamo deciso di guardare quello.

Ora, prima di riportare le mie impressioni su questo -ne sono certa- capolavoro della cinematografia per adulti, amerei condurvi per mano nella valle oscura delle mie esperienze passate di fruitrice di pornografia. Lasciate stare il pranzo al sacco, sarà un’escursione particolarmente breve (e, a tratti, anche un filino stomachevole). Cominciamo.

Il primo pene in movimento con cui una Titolare ancora giovinetta si sia trovata (catodicamente) faccia a faccia è stato quello di Steve Jones, il chitarrista dei Sex Pistols, che sballonzola nudo e, realizzo a posteriori, grassoccio di fronte all’obiettivo di Julian Temple. Quasi una decina di anni più tardi, posso anche aggiungere con sicurezza che quella è stata la prima e ultima volta in cui un maschio nudo che non fosse fisicamente presente mi ha suscitato un qualche tipo di emozione diversa dalla pura sorpresa (nel caso l’apparizione fosse inaspettata).

Questo perché, all’epoca, avevo una cotta tipicamente puberale per il soggetto in questione (rectius: per la sua versione anni ’70), oltre che un’esperienza scarsissima nulla in fatto di peni e una disperata sete di plausibilità per quanto riguardava le mie nascenti fantasie erotiche (sì, sono una rompicazzi anche in questo campo. Prima di scambiarci anche solo un bacio, io e un giovane e prestante Nick Cave ci impegnavamo in conversazioni brillanti che duravano minuti e minuti, e le circostanze dei nostri mirabolanti tête-à-tête non erano mai men che dettagliatissime e ultra-plausibili). Già da questa prima, scarsamente variegata esperienza (Jones non faceva altro che afferrare un po’  a casaccio una tizia, nuda anch’essa, ed aggirarsi moscio qua e là) si erano gettate le basi della mia sostanziale indifferenza alle pratiche sessuali che non mi vedono coinvolta in prima persona. Indifferenza che perdura, e trionfa tutt’ora, lasciandomi ironica e disincantata dove i registi e i produttori amerebbero immaginarmi eccitata e coinvolta (anzi, no, sono una donna, con le tette piccole:  i produttori di porno non sospettano nemmeno che io esista, e se esisto non faccio per loro).

Avanti veloce, fino alla festa di Halloween del 2005, quando una quindicenne Titolare vestita da vampira (è l’unico costume che io abbia usato -Halloween, feste in maschera, Carnevale- per anni e anni e anni, visto che è l’unico che permette di mantenere una discreta gnocchitudine senza rinunciare all’incarnato malsano; poi purtroppo è arrivata Stephenie Meyer, e ho dovuto cambiare. Adesso mi vesto da groupie zombie, così riciclo le calze smagliate) si trova rannicchiata sul divano di un’amica, in compagnia di una manciata di compagni di classe di sesso assortito, completamente assorbita dalla visione del dvd porno più economico tra quelli disponibili per il noleggio (Quel birichino dello zio Mario, capolavoro indiscusso, era purtroppo momentaneamente esaurito).

La scena si apriva su quattro aitanti ragazzotti dalla pelle scura e l’aria remissiva, a torso nudo, intenti ad impastare biscotti per Natale (la ricorrenza si evinceva dai copricapi rossi con pon pon), la cui tranquilla operosità veniva turbata dall’ingresso di una coppia di scollacciate cavie di una scuola per acconciatori ipovedenti, le quali tentavano prima di attirare l’attenzione dei ragazzi suggendo lascivamente una vasta gamma di bastoncini di zucchero, e poi, vedendosi ignorate, procedevano a spogliarli direttamente e contro la loro volontà, rivelando organi genitali di dimensioni francamente eccessive, miracolosamente e  subitamente ipereretti.
Le due prepotenti iniziavano poi, in un tripudio di manifestazioni di stupore in lingua crucca, a baloccarsi con l’armamentario del malcapitati, i quali sottostavano alle loro teutoniche pretese con l’espressione mite e rassegnata di chi non aspetta altro che l’occasione buona per tornare alla propria pacifica attività di preparatore di dolcini natalizi, ma nello stesso tempo non osa opporsi alla smania masturbatrice della bionda e massiccia prevaricatrice nella cui rete ha avuto la disgrazia di restare impigliato.

(Dopo aver riletto il resoconto appena terminato, mi sorge il dubbio che il sincopato ma per me inaccessibile dialogo tedesco offrisse un qualche tipo di spiegazione illuminante al tutto. Probabilmente i riluttanti cazzi in gola erano una metafora del difficile processo di integrazione linguistica dei migranti di seconda generazione nelle terre bavaresi, o cose così)

Il secondo vero film porno della mia carriera si fa attendere fino alla primavera del 2008, quando un duo di miei scoppiatissimi compagni di liceo produce, ad una festicciola, una copia su videocassetta nientemeno che di Rocco e i predatori anali. La congiunzione nel titolo, lungi dall’essere una banale scelta stilistica, serve a dissimulare un vero e proprio caveat: se vi aspettate di vedere all’opera un pene famoso, questo non è il titolo che fa per voi. Vi basti sapere che, mentre un discreto numero di predamenti anali simultanei ha luogo nel giardino della villa in cui è ambientata l’azione, l’eponimo Rocco, appena inquadrato, trascorre una buona decina di minuti accosciato di fianco al laghetto delle carpe, preoccupandosi dell’adeguata alimentazione delle stesse. Vestito.

La sua svogliata partecipazione nominale alla pellicola avrà modo di concretizzarsi solo più tardi, quando sodomizzerà con un  Cornetto Algida al (bleah) triplo cioccolato, peraltro semisciolto, una tizia i cui seni giganteschi, già oggetto di varie manovre pseudoerotiche con l’ausilio di prodotti industriali da freezer, sono coperti da una disgustosa mistura di gelato liquefatto e croccante pralinatura.

(Tra l’altro, inizio a sospettare che ai miei compagni -erano sempre gli stessi- piacessero i dolci, e non la figa. Il passo successivo sarebbe forse la raccolta dei dvd de La prova del cuoco, ma fortunatamente non c’è stato il tempo di raggiungere un simile grado di perversione)

La mia carriera di fruitrice di pornografia, salvo incursioni su YouPorn (un mio amico ci teneva a rendermi partecipe dell’esistenza dell’uomo con due peni) e spassosi ritrovamenti involontari (la rispettabile collezione di dvd amatoriali del padre di uno dei due pornomani dolciari di cui sopra), rischiava così di dirsi conclusa nel giro di un paio di visioni, se non fosse stato per l’errore di attribuzione di filename di cui parlavo all’inizio del post. Grazie all’amabile coglione che ha deciso di trarmi in inganno, quindi, la lista dei titoli da me recensibili si allunga vertiginosamente fino a toccare quota TRE. Ma bando alle chiacchiere.

Anal Addicts ha un punto forte, una caratteristica innegabile che ha permesso alla serie di arrivare trionfalmente al dodicesimo capitolo: la robustezza della trama, unita alla più coraggiosa sperimentazione metacinematografica. La storia è ambientata nell’ufficio di un produttore di film porno, davanti al quale (è un film ad episodi) sfilano una manciata di aspiranti pornoattori, ansiosi di mettere alla prova le proprie innate capacità recitative. Per coerenza, tutto quanto compare anche solo brevemente davanti alla telecamera è assolutamente e profondamente osceno, inclusa la cravatta del produttore, che per altro ricorda vagamente un giovane Gigi Proietti.

Per la prima volta, il mio compagno spettatore era un soggetto per il cui pene provo un interesse praticamente sconfinato, e per la prima volta avevo la certezza che no, la pornografia continuava a farmi lo stesso effetto che mi fanno le previsioni del tempo al Tg Regione, a prescindere da chi mi sieda accanto, almeno fino a quando chi mi siede accanto rimane vestito e tendenzialmente ridanciano. Forte dello scarsissimo coinvolgimento dichiarato anche dalla mia adorata controparte (“tette fintissime e troppo grosse, ragazze brutte, non è esattamente il mio genere” “ah-ah, quindi tu hai un genere” “amore, sono un maschio” “umph”), mi sono quindi accinta a visionare la pellicola con spirito critico, prendendo già piccoli appunti mentali per la modesta dissertazione che state giusto leggendo.

Ed è stato proprio a questo punto, checché ne dica il tizio dei Lùnapop, che la verità è emersa in tutta la sua incontrovertibile evidenza: gli uomini e le donne non sono uguali. Non quando si parla di film porno, perlomeno.

Il primo episodio ha seguito di pochissimo l’inizio del film: la mia disanima divertita degli improbabili stili d’abbigliamento dei protagonisti è stata liquidata sul nascere con un perentorio “Jules, è un porno, a nessuno interessano i vestiti”. Lo stesso tono, tra il condiscendente e lo spazientito, è stato adoperato per ribattere alla mia sincera mancanza di fiducia nell’efficacia di un’abbondante quantità di bava leggermente schiumosa come metodo di rappresentazione simbolica pre-eiaculazione dello sperma (pare che ai ragazzi piaccia). Quando ho provato a parlare della bruttezza oggettiva delle vagine rasate un po’ alla cazzo di cane, con la fondamentale introduzione della figura dello Zerbino Pubico, ho trovato ad accogliermi un silenzio assordante. Quando ho sottolineato che le tette della terza provinata, oltre ad essere grosse in maniera quasi comica, erano rifatte così male che quella sinistra era addirittura quadrata, non sono riuscita ad ottenere più che un mezzo grugnito di cortesia. Quando ho sghignazzato per la gonna di vinile tutta arrotolata a mo’ di ciambella intorno alla vita cicciotta della più verasce delle aspiranti pornodive, ho ricevuto in cambio una breve occhiata perplessa.

Quando ho buttato lì che probabilmente quello che stavamo vedendo era un film per cripto-gay (erano circa tre minuti che buona parte dello schermo era occupato dal buco del sedere e dallo scroto dello stantuffatore di turno), però, la reazione è stata fulminea: nel giro di un secondo scarso il ragazzo ha provveduto a spegnere il computer, reclinare il sedile su cui mi trovavo io, slacciarmi il reggiseno ed infilarmi la lingua in bocca. Che poi era precisamente il risultato a cui -furbetta- miravo io.

Holidays In The Sun (Not)

Signori, buonasera. Giusto un breve reportage fotografico della seconda parte delle vacanze mie e del signor T. (la prima parte, al mare da me, ha trovato il suo culmine nella nostra lotta notturna contro gli interruttori della luce, dell’acqua, del gas, e di varie quanto essenziali combinazioni delle succitate forniture) (ho contato un totale di sette manopole sette) (mio nonno, proprietario originario dell’appartamento, è un uomo metodico) (sotto certi aspetti) (sotto certi altri, un crudele umorista) (spiegatemelo voi, altrimenti, perché il contatore del gas debba trovarsi sotto il balcone del signor Villa del primo piano) (e spiegatelo anche al signor Villa, magari, nel caso vi sorprendesse sporchi e scarmigliati ad armeggiare imprecando nel suo giardino, alle tre di notte) (no, non che sia capitato) (…) (davvero, non è capitato!) (era solo uno scenario) (uno scenario plausibile).

Dicevo, la seconda parte delle nostre brevi vacanze (un totale di sei giorni e mezzo, volendo ricomprendere anche le terrificanti MA economicissime sette ore di treno da Milano a Rimini con coincidenza sfumata a Piacenza ed interminabile corsa antelucana in pullman allietata da inspiegabili tamarri canterini catanesi) (tu vo’ fa’ l’amerigano, ‘merigano.. bip, bip, bip… ‘merigano) (remix, CAZZO) (son salita a Rimini che ero una fanciullina idealista) (sono scesa al capolinea a  Riccione che sembravo Borghezio), seconda parte ambientata in un tranquillo, delizioso contesto lacustre/collinare/GRATIS (enfasi sul “gratis”).

Per prima cosa, mi pregerei di condividere con voi questa spettacolare targa commemorativa generica, dedicata ad un tizio dal patrimonio “dovizioso” e dal nome di battesimo implausibile (un uomo, un diminutivo), di cui la “grata” frazione di Maisano ha persino trascurato di riportare la data precisa della morte. Alla faccia dell’imperitura memoria, eh.

Come piatto forte, infine, vi prego di prestare la massima attenzione e di prepararvi spiritualmente alla visione di quella che è senza tema di smentita LA PEGGIOR PITTURA MURARIA DI SOGGETTO SACRO DELL’UNIVERSO MONDO (ma è ben piazzata anche in un paio di universi paralleli, mi dicono dalla regia). Ve la sentite di dare un’occhiata? Badate che io vi avevo avvertito.

Commenti, reazioni, moti di repulsione e/o eventuali segnalazioni di dipinti ancora peggiori sono i benvenuti.

(Parlando del viaggio di ritorno, la manicure che è stata il grazioso risultato finale di una disperata incursione in cerca di cibo in uno dei due inspiegabili centri commerciali Auchan gemelli tra i quali è incastonata Monza può essere ammirata qui)