(E ora qualcosa di completamente differente — la mitomania tornerà quanto prima, fatemi finire la sessione invernale)
Tra tutte le cose involontariamente spassose appresso alle quali butto via il mio tempo, MAMMINE GIOVANISSIME occupa una (meritatissima) posizione privilegiata.
MAMMINE GIOVANISSIME è una pagina Facebook gestita e popolata da giovani (ma non giovanissime, quasi sempre e a dispetto del nome) donne il cui apparente unico scopo nella vita è propagare il più possibile il proprio corredo genetico e la propria fierissima opposizione alle pastoie odiose della sintassi italiana, e, in subordine, fornirne prova all’internet.
Le mammine sono così abbondantemente tali, oltre che per vocazione, perché nessuno ha spiegato loro come funziona la riproduzione sessuata.
Un rapporto serio e completo.
Questa è Monique, palesemente.
O le malattie sessualmente trasmittibili, teoria e pratica.
Per le mammine, QUALSIASI cosa è sintomo di gravidanza, incluso e anzi in posizione di preminenza il ciclo mestruale.
(Mezzi sì mezzi no) (chiedi consiglio a quella seria e completa, ascoltami)
(È una cosa che si fa dal meccanico)
(Questa è in realtà una costruzione teologica raffinatissima)
(Voglio vederci un omaggio al tòpos dello schiumante rosé)
Le sanguinano le gengive, credo.
Dicevo, tutto tranne che un test di gravidanza positivo.
(Ma stai tranquilla, nel caso)
E anche tu.
Le mammine hanno delle belle pretese.
E dei problemi anche bizzarri, sia durante la gravidanza.
Megalomane.
(Fossero state le trenette era grave)
Che dopo.
Il senso di rompere i coglioni.
(No perché fa schifo, più che altro)
(Un po’ come le bestie quando assaggiano il sangue umano)
Truth, diceva Mark Twain (forse), is stranger than fiction. Ecco la storia (strana? vera? ridicola?) (ridicola di sicuro) di Monique, ricostruita quasi integralmente dalla sua viva voce. Il lettore si formi la propria opinione, se riesce a stare serio abbastanza a lungo per farlo.
Monique, un personaggio esuberante :S
(Una dea del sesso)
«Perché lecca un tergicristalli?» «Non è un tergicristalli, è una katana»
Circondata di ammiratori (tra i quali, sostiene, Vasco Rossi)Passionale nell’amplesso Nell’amplesso telefonico, anchePiena di vitaStoica, oltre che piena di vita
Intermezzo: Monique in Mio cuggino mio cuggino
Monique, il nonno ebreo di Monique e il giovane Ratzinger
(La discussione completa, insieme a una foto giovanile di Joseph Ratzinger, qui)
TRAGEDIA IN TRE ATTI CON INTERMEZZO COMICO
Monique e i contraccettivi ormonali che le ciccione usano per sport (prologo)
Monique e la fecondazione più veloce della storia (atto II)
(Nota: l’utente Hardcore Judas è a) una persona sensata b) un medico)
Monique e le tre camere gestazionali (atto II)
Intermezzo comico: statevene a casa, mandateci solo i soldi. E i nomi nordici.
Monique e IL DRAMMA (atto III)
La gente inizia ad avere dei dubbi (qui i dubbi), ma Marta (la fedele spalla di Monique) NON CI STA. Viene menzionata una Subaru, perché Monique aveva chiesto soldi anche per cambiare la propria auto con una più adeguata allo stile di vita della madre di tre bambini.
Viene menzionata anche l’associazione di volontariato delle nostre, riguardo la quale non scriverò una parola perché farmi querelare non è tra le mie prime cinque perversioni.
Epilogo: Monique abbandona sputando fuoco queste lande ingrate, e ripara altrove…
ETA: le maledizioni post partum!
—
Il riassunto della vicenda (da leggere assolutamente).
Nel momento in cui è stato reso noto il vero nome di Grey (non che lei avesse fatto molto per nasconderlo, ma si tratta di un nome relativamente comune) (una delle omonime, inoltre, è una giornalista televisiva di una certa fama), alcune delle sue lettrici hanno avuto una sorta di illuminazione: l’autrice di Le Gothique era la stessa persona la cui “morte” per lupus aveva anni prima scosso la placida comunità delle appassionate di lavoro a maglia.
Gina, all’epoca nota come Monkey Toes o MommaMonkey, era un utente attiva, talentuosa e rispettata. Dopo la sua morte, le redini del suo account su Raverly erano state prese dal marito, il quale avrebbe generosamente dirottato a favore delle associazioni per la ricerca contro il Lupus i profitti che sarebbero derivati dalla vendita dei pattern caricati dalla defunta.
Tutto molto edificante, peccato che la morta intanto fosse su Twitter, con un altro nome ma, purtroppo per lei, con lo stesso indirizzo email, e gli stessi tatuaggi, e la medesima vitalità di un tempo. Ops.
(Segue ondata di imbarazzo il cui eco è percepibile a distanza di anni)
Intanto, di nuovo nel futuro, mentre le iscritte alla Awesome Box si facevano due conti e iniziavano a contattare Paypal e per buona misura anche le forze dell’ordine, Grey ricompariva per chiudere le cose con un finale pirotecnico e si produceva nella più emblematica spiegazione grondante passivo-aggressività, dettagli implausibili e pure e semplici cazzate in cui io mi sia mai imbattuta*.
(Marito ferito, check; traumi familiari, check; disturbi mentali, check; qualcunopensiaibambini, check; ti volevo bene MA TU SEI UNA STRONZA, check; etc.)
E, dopo questa muraglia di testo e qualche simbolico rimborso e/o pacco consegnato (applicazione secondaria del principio per cui quando le vincitrici dei concorsi erano blogger un po’ affermate i premi arrivavano senza problemi), nessuno ha più sentito parlare di Georgiana Grey.
Nota per il sequel: subito prima che il blog venisse cancellato, la firma in calce ai post era diventata SoCalVegan — amici foodblogger, io terrei un occhio aperto (anche due).
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* sulla fiducia, solo perché una tizia di cui vi parlerò poi non si è mai disturbata a fornirne una.
Georgiana Grey, più spesso semplicemente Grey, era l’autrice di un blog che possedeva tutte le caratteristiche necessarie per l’inserimento nella mia lista di feed: un argomento di mio interesse (make-up), uno sfondo chiaro e una frequenza di aggiornamento quotidiana o quasi.
Stylist. Writer. Punk. Vegan.
Il blog in questione si chiamava Le Gothique, e nell’anno abbondante in cui ne sono stata una lettrice mi ha colpita per via di una serie di caratteristiche abbastanza curiose.
Innanzitutto, Grey sosteneva di essere (tra le molte molte altre cose — si tratta di quella che un tempo definivo Sindrome della principessa/astronauta, ma che oggi preferisco etichettare come Principio dell’allevatore di lama) una scrittrice e una giornalista. Solo che il suo spelling era pessimo, dove per “pessimo” intendo “crivellato di errori elementari e ripetuti costantemente, e insomma poverina la sua editor”.
Due delle cose che mi facevano impazzire e che notavo costantemente erano “cheep” al posto di “cheap”:
E “then” usato quando serviva “than”:
Un’altra qualifica professionale su cui avevo, rispettosamente, i miei dubbi era quella di stylist, visto che tutti gli outfit che proponeva su base settimanale, quale che fosse la fonte di ispirazione dichiarata (un personaggio di un videogioco, la protagonista di un romanzo, un drago) si risolvevano nella combinazione jeans + top di qualche tipo + scarpe.
The Duchess, con Keira Knightley:
Dexter (naturalmente!)
Ah, e Grey era poi ovviamente anche una make-up artist (che però non postava che foto di labbra, mai il viso intero, mai nemmeno un occhio, privando noi lettrici del piacere di ammirare le sue doti when it comes to blending).
Una cosa con cui avevamo una familiarità anche eccessiva, in compenso, erano i suoi molti e variopinti tatuaggi, delle cui foto ci sommergeva spesso e volentieri.
Il suo avatar
L’idea che mi ero fatta, in breve, era che non tutto quello che Grey scriveva di sé fosse vero (inclusa probabilmente la parte in cui si autodefiniva “alta, bionda, snella, giovane e con una struttura ossea che non necessita di contouring”) (urca).
Non che la cosa influisse sul piacere di leggere le sue recensioni, naturalmente, anche se il mio coinvolgimento con il blog era limitato: chiunque abbia avuto a che fare con la dogana italiana sa che nessuna iniziativa che preveda la spedizione di cosmetici dall’esterno dell’Unione Europea è una buona idea, anche e soprattutto dal punto di vista economico.
Questa limitazione mi precludeva la partecipazione a diverse iniziative: le periodiche svendite di prodotti recensiti, lo scambio internazionale di make-up (una ventina di persone da varie parti del mondo hanno mandato a Grey cosmetici per un totale di almeno 45 dollari, più un contributo di 5 dollari per le spese, affinché lei provvedesse a ridistribuirli), e la famigerata Awesome Box (una raccolta mensile di sample di varie compagnie indie, forniti gratis in cambio della pubblicità che ne sarebbe derivata) (naturalmente, dal punto di vista delle iscritte, una raccolta a pagamento).
Poi, nel gennaio del 2012, Grey è sparita.
Le indagini delle lettrici e delle amiche virtuali, preoccupate un po’ per via di vaghi ma persistenti accenni a problemi di salute e un po’ perché buona parte di loro aveva pagato la prima Awesome Box e non aveva ricevuto nulla, hanno portato a due scoperte.
Innanzitutto, Georgiana Grey non era il vero nome della blogger, dettaglio poco plausibile su cui lei aveva però sempre insistito molto: il dominio risultava intestato a una tale Gina Silva, le cui foto coincidevano con i dettagli di Grey che risultavano dal blog.
In seconda battuta, questa non era la prima volta che Gina spariva con i soldi: la prima volta però era andata fino in fondo, e aveva addirittura inscenato la propria morte.
(Prossima puntata: “non è mai Lupus”)
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Il blog di Grey, grazie alla Wayback Machine (gli screenshot sono presi da lì).
Documentario in quattro parti su Gemma Barker, che ha indossato i panni di tre differenti ragazzi per estorcere amore e sesso a due amiche più giovani.
Un problema non secondario, quando si è su internet e si vuole fingere di essere qualcun altro, è trovare le immagini con cui farlo (o una maniera convincente per evitare di): a parte il fatto che, grazie a Facebook, l’accesso alle foto dei contatti online è una cosa che si dà quasi per scontata, è molto più facile attirare le simpatie dei lettori quando si ha una faccia da associare al racconto delle proprie disavventure. E, se anche si gioca la carta della timidezza/della bruttezza/delle torme di stalker, è quasi impossibile esimersi quando a chiedere un volto su cui struggersi è la fidanzata virtuale in persona.
Ora, le soluzioni sono diverse.
Carissa Hads, 24 anni, desiderosa di intrattenere una relazione sessuale con una quindicenne, faceva tutto da sé. Ecco Carissa nei poco plausibili panni di James Puryear, 17 anni, aspirante predicatore, padre single di due gemelli.
(Ecco anche una foto della vostra umile scrivente, qui ritratta in una foto non recentissima mentre non cerca di trarre in inganno nessuna minorenne, ma è comunque più convincente)
Carissa, che ha in due distinte occasioni fatto sesso con una quindicenne la cui madre era di vedute fin troppo aperte e la cui conoscenza degli organi sessuali maschili (hint: generalmente non sono di gomma) era leggeremente lacunosa, è stata smascherata dallo stesso gruppo di persone che hanno fatto luce sulla vicenda Dirr; meglio, è stata smascherata proprio perché si era impiacciata nelle indagini su Emily, quasi sicuramente in un tentativo di mettere alla prova la propria storia ed correggere eventuali punti deboli.
Oggi, arrestata e accusata secondo la legge federale di molestie sessuali a una minore, Carissa rischia una condanna fino a trenta anni di carcere.
Janet “Janna” Hopper Myrtle St. James Priggie, forse la più nota tra le esponenti di questa particolare categoria, è stata la mente e la voce dietro a Jesse James Jubilee, paramedico, vigile del fuoco volontario, allevatore di lama e giornalista. Per soddisfare la sete di immagini che comprensibilmente animava la sua (sempre strettamente virtuale) sposa promessa, Janna usava le foto dell’ex-marito John negli anni ’70.
(Anche il lama viene dagli anni ’70. E no, era prima che iniziasse tutta la cosa di Instagram, o non l’avrebbero mai beccata).
Cindy Choi, 28 anni, ristoratrice di Miami, ovviava all’assenza di ex-mariti scannerizzabili grazie all’involontario contributo di Noah Neiman, personal trainer newyorkese. Le foto dell’uomo, insieme a quelle di diversi suoi familiari, venivano prese dalla sua pagina di Facebook e usate per corroborare le vicende inverosimili e drammatiche di Kevin San Roman, ventenne malato di leucemia e aspirante oncologo, e della sua famiglia (dopo la “morte” di Kevin, il ruolo principale è stato affidato al fratellino Lucas, interpretato dal vero fratello di Noah, il quale ha anche preso su di sé il compito di consolare le numerose fidanzate virtuali dello scomparso).
Occhio a cosa postate su internet, ragazzi fin troppo attraenti, occhio.
Una delle regole dell’internet – la sedicesima, per la precisione – è che su internet non ci sono donne. La regola non ha una validità letterale, ovviamente, come è agilmente dimostrato tanto dalla vostra umilissima scrivente quanto dall’esistenza stessa di Pinterest, ma contiene comunque un nocciolo di buon senso: ci sono buone probabilità che la bionda diciannovenne con la quinta di reggiseno e una passione bruciante per gli uomini sudaticci e quasi calvi che insiste a chiedervi l’amicizia su Facebook sia uno scherzo dei vostri cosiddetti amici.
(E ho brutte notizie anche sul fronte casalinghe vogliose nella vostra area)
Si potrebbe, a questo punto, obiettare che è più che altro assai improbabile che sconosciuti attraenti di qualsiasi sesso sviluppino un interesse virtuale attivo nei nostri confronti, specie se la nostra massima espressione di personalità on-line è la pubblicazione automatica dei risultati di Ruzzle. Concludere, dunque, per amore di parità, che there are no boys on the internet.
Ecco tre storie le cui protagoniste sarebbero molto d’accordo.
Dana Dirr, ve la ricordate? Il neurochirurgo canadese. Dana ha un marito, JS, un po’ più giovane di lei (è nato il 31 di dicembre dell’82). Ecco, dalla viva voce di JS, un resoconto della maniera in cui si sono conosciuti e innamorati.
Dana e JS sono sposati dal 2008 e hanno quattro figli; a questi vanno aggiunti i sette bambini che JS, all’epoca ventiseienne, aveva già avuto da una vasta serie di relazioni occasionali, e che Dana ha poi adottato come propri.
(Ok, JS ha molte qualità, ma teoria e pratica della contraccezione non sono il suo forte; va anche detto che le ragazze con cui si intrattiene sono così tante che la statistica semplicemente gli è avversa: la pagina Facebook che le raccoglie conta, a un certo punto, 46 membri)
Prima che arrivasse Dana, per JS le cose erano sempre andate, dal punto di vista sentimentale, piuttosto male.
La sua fidanzata del liceo, Mandi, quindici anni scarsi, l’ha abbandonato pochi giorni dopo la nascita del loro primo figlio (a cui, credo come spregio ulteriore, aveva appioppato il terribile nome di Jaymes Timmothey).
La fidanzata di suo fratello gemello Sam ha accoltellato a morte il succitato Sam (scambiandolo per JS) dopo aver scoperto che i fratelli si erano messi d’accordo perché JS andasse ogni tanto a letto con la fidanzata del fratello, che era gay, per tenerla buona.
La sua fidanzata successiva, Aly, dà alla luce due gemelli prematuri (nel frattempo, per non restare con le mani in mano, JS aveva adottato una bambina), decide che la situazione è troppo complicata e rifiuta la proposta di matrimonio che JS le fa, sparendo nel nulla.
Poi arriva Julia, una vecchia amica dei tempi in cui JS e compagnia si ubriacavano, drogavano e facevano sesso a casaccio. Julia ha due figli, e si scopre che uno dei due è figlio di JS. Inoltre Julia rimane di nuovo incinta, sempre di JS, e nasce Eli (il bambino con la miriade di cancri che diventerà poi il fulcro della vicenda Dirr). Julia è sposata, e, più in generale, stronza. JS porta via con sé Eli, il fratellino più grande, e per buona misura anche il bambino con cui non c’entra nulla.
A questo punto arriva Dana, insieme a un nuovo set di gemelli, e JS mette finalmente la testa a posto.
O almeno, mette la testa a posto pubblicamente*.
JS, infatti, oltre ai vari exploit fisici, coltiva e continua a coltivare una serie di relazioni virtuali con donne di varie età (da una ragazza di quattordici anni a una donna di cinquantadue, con la quale si scambia anche foto, uhm, suggestive). Le fidanzate virtuali, nel corso degli anni, seguono con grande trasporto e partecipazione le vicende del ragazzo, il quale — non bastasse tutto il resto — da un certo punto in poi comincia anche ad avere in prima persona guai fisici di vario genere, tipo un attacco di cuore.
E un incidente stradale (no, non quello in cui muore Dana, un altro)
E poi, ovviamente, c’è la questione della morte di Dana.
Quindi, ricapitolando, cosa c’è di peggio che avere un fidanzato virtuale, incostante, promiscuo, con undici figli a carico e una moglie appena morta e assurta senza mezze misure allo status di santa? Avere un fidanzato virtuale, incostante, promiscuo, etc. che è in realtà una ragazza di ventidue anni che si chiama Emily.
Emily Dirr, studentessa in Ohio, ha inventato e portato avanti l’intero universo dei Dirr canadesi (incorporandosi addirittura nel cast, nel ruolo della sorella minore di JS) per, reggetevi, undici anni, arrivando a gestire in contemporanea settantuno account di Facebook, e una matassa di invenzioni così intricata da essere ormai più o meno in grando di stare in piedi per conto proprio.
A quanto è dato sapere, tutto quello che tangibilmente ne ha ricavato è una manciata di autoscatti più o meno osé delle sue varie fidanzate (quelle che esistono nella vita reale).
A+ per l’impegno.
—-
* forse avevano un matrimonio aperto, forse avevano un senso dell’umorismo particolare, non saprei: io, fossi stata la fidanzata, mi sarei un po’ seccata. Oh, ma aspetta, non sono persone vere, è solo un buco nella sceneggiatura.
Maggio 2012: Dana Dirr, trentacinque anni, canadese, neurochirurgo, madre di dieci figli e incinta alla trentacinquesima settimana, resta coinvolta in un incidente stradale mentre si reca al lavoro. Arriva all’ospedale in condizioni critiche, resiste quanto basta per dare alla luce una bambina perfettamente sana, si spegne subito dopo tra le braccia inconsolabili del marito JS.
A piangerla, quando il giorno seguente l’annuncio verrà dato su Facebook, non saranno soltanto familiari e amici, ma anche le migliaia di contatti che da anni seguono con il fiato sospeso le vicende di Eli, uno dei figli della coppia, sei anni, già sopravvissuto a un tumore al rene e poi colpito da una leucemia. In suo onore, la famiglia Dirr chiede e ottiene che donazioni a nome di Dana vengano fatte all’associazione benefica Alex’s Lemonade Stand.
Gennaio 2011: Monique, no last name given, attivista, è una nobile emiliana, mezza francese e mezza israeliana, con un nonno ebreo che ha portato con sé nella tomba le prove del coinvolgimento attivo di Joseph Ratzinger nel campo di concentramento di Auschwitz. Il cantante dei Manowar, suo amico di lunga data e amante occasionale, l’ha messa incinta di tre gemelli (al cui sostentamento non intende però provvedere, preferendo delegare il compito ai solerti e generosi amici dell’internet).
Tragicamente, e giusto alla vigilia dell’inizio di una nuova vita in Austria (mossa coraggiosa, considerando il sempre latente tumore al cervello), un incidente stradale uccide due dei tre bambini, lasciando poche speranze anche alla terza. La migliore amica di Monique, Marta, provvede con grande solerzia a dare aggiornamenti sulla situazione ai molti contatti che da mesi, su Friendfeed, seguono con il fiato sospeso le vicende dell’esuberante gravida.
Novembre 2006: Svmaria, nome di penna di Maria José Bianchi, cilena, molto attiva e molto popolare nel fandom dedicato al telefilm Smallville, abortisce per le conseguenze di un incidente stradale. L’annuncio, su inizativa del fidanzato Javier, viene dato su LiveJournal dalla sua migliore amica nella comunità, Herohunter.
Herohunter, a margine degli aggiornamenti sullo stato di salute dell’amica, ha cura di pubblicare la wishlist Amazon (provvidenzialmente appena rimpolpata) di quest’ultima, insieme a suggerimenti di carattere più generale per chi preferisse fare di testa propria. Un tentativo di obiezione in merito, a opera di un’altra utente di LiveJournal, provoca un immediato quanto repentino peggioramento delle condizioni di Svmaria, che viene sottoposta a un intervento chirurgico d’urgenza. La scriteriata ritira con molte scuse i flebili sospetti e le condizioni della moritura migliorano miracolosamente.
Il link ad Amazon resta valido.
Il tratto comune delle vicende sommariamente riassunte, l’avrete capito, non è solamente il fascino morboso e irresistibile delle lamiere contorte quando strappano vite giovani e giovanissime (fin lì, bastava scomodare Guccini): il tratto comune delle vicende sommariamente riassunte è che sono – ovviamente – false, dalla prima all’ultima parola, dai dettagli più microscopici alle svolte più clamorose, completamente e totalmente — con buona pace dei gonz… delle persone che in buona fede e sull’onda della commozione momentanea si sono lasciate convincere a donare qualcosa a queste persone, fossero soldi o fossero regali o fosse anche solo il pensiero genuinamente angosciato di un momento.
(Dico «donare qualcosa a queste persone» intendendo gruppi separati di gonz… benefattori, uno per mitomane; se c’è qualcuno che ha contribuito in tutti e tre i casi, lo invito a farsi avanti e a discutere questa occasione immobiliare che mi trovo per le mani, un edificio di pregio che necessita giusto di qualche restauro, si trova a Roma, si chiama Anfiteatro qualcosa).
Ma cosa spinge esattamente una persona a connettersi a internet e a fingere, più o meno plausibilmente, un incidente d’auto? Un aborto? Un cancro? Una malattia di anni? La propria morte?
Dipende.
Alcuni sono truffatori, puri e semplici, ben determinati a far fruttare il più possibile la sceneggiata. Alcuni sono persone che non desiderano altro che l’attenzione completa e la solidarietà incondizionata del maggior numero possibile di lettori/spettatori (la ragazza che stava dietro Dana Dirr e la sua numerosa e sfortunata prole, è emerso, ha nel corso degli anni investito non poco denaro nell’operazione, senza che un centesimo delle donazioni suscitate dalle sue manipolazioni venisse distolto da vere fondazioni a sostegno della ricerca sul cancro). Altri ancora sono una comoda via di mezzo, che si crogiola nella posizione privilegiata che la disgrazia (o successione di disgrazie) ha conquistato loro ma non disdegna nemmeno le dimostrazioni tangibili dell’altrui affetto.
Quali che siano le loro motivazioni, le loro storie verosimili o meno (hint: praticamente mai verosimili) costituiscono quasi invariabilmente una lettura avvincente e spesso molto istruttiva, specie se siete il genere di persona che ha il bonifico pietoso facile. Io, siccome piuttosto che studiare per l’esame che devo dare il mese prossimo mi impiegherei come roadie dei Manowar, ve ne racconterò una decina.
Restate in ascolto.
(E telefonate quando arrivate, mi raccomando, lo sapete come sono le strade in questa stagione).
09.49: abbiamo l’aereo tra sole dieci ore! È il momento di alzarsi.
09.50: stanotte non è che abbia riposato proprio benissimo.
09.51: dalle due alle quattro c’era la partita dei Green Bay Packers, che è stata seguita con molto entusiasmo a ventisei centimetri da dove dormivo a tratti io.
09.52: alle tre e qualcosa, per variare, c’era il canadese che –ubriaco– mi metteva speranzoso le mani sulla maglietta.
09.53: (illuso, sotto più di un punto di vista)
09.54: e dalle quattro alle nove e rotti ho diviso come di consueto con Alessandro questo letto da 3/4 di piazza.
09.55: («Giulia, col senno di poi, cosa cercheresti soprattutto in un moroso?» «Le spalle strettissime.»)
11.03: ok, se indosso il (suo) pile più voluminoso in assoluto e rifilo a lui il manuale di Europeo, riusciamo persino a chiudere le valigie.
11.05: è una vittoria personale.
11.09: che mi prenderò ancora qualche minuto per assaporare.
11.28: manca soltanto un’ora alla partenza del treno!
11.29: il Marco ci prepara un biglietto in polacco da presentare alla kasa bigliettowa.
11.30: usciamo per andare alla stazia.
11.31: ve l’ho detto, non fa freddissimo.
11.49: ci siamo presentati in biglietteria, abbiamo allungato all’addetta le istruzioni precompilate, lei ha annuito e ci ha fatto due biglietti per un totale di 266 zl.
11.50: ossia grossomodo il quadruplo di quanto abbiamo speso in tre all’andata.
11.51: in effetti uno dei biglietti è per 33 zl, l’altro per 233 zl.
11.52: il che ci spinge a formulare l’ipotesi che 33 zl sia il biglietto.
11.53: e 233 zl sia il supplemento gonzi.
11.54: «generoso contributo volontario»
11.55: in compenso, a bordo dell’espresso Berlino-Varsavia, ci metteremo soltanto due ore e mezza.
11.56: e avremmo quelle cinque ore abbondanti per prendercela comoda in aere… areo.. aer… a Chopin.
12.13: la complicatezza mostruosa del sistema locale di nomenclatura binari.
12.14: peron 9 e 3/4
12.28: il nostro treno sta arrivando, lo osservo con attenzione per individuare l’eventuale vagone imperiale che giustifichi il prezzo del biglietto.
12.29: ma invece niente, siamo in seconda classe.
12.30: certo, questa volta seduti su dei sedili, perlomeno.
12.48: la signora tedesca compagna di scompartimento ci cazzia perché ci stiamo baciando.
12.49: mi gaso perché ho capito il rimprovero.
12.50: che era pure abbastanza elaborato.
13.01: la signora tedesca scende.
13.02: ci guardiamo languidi.
13.03: sale una tizia con due bambine molto piccole.
13.04: tiro fuori il manuale di Europeo.
13.17: nevica!
13.18: telefoniamo al Marco per sapere se su da lui nevichi.
13.19: no, non nevica.
14.01: «Giulia Giulia Giulia UNA CATTEDRALE A PUNTA fai la foto sbrigati»
14:31: FAI ATTENZIONE PORTA PER CARITA’ FAI ATTENZIONE
15.01: requisiti che non sono necessari per lavorare all’informazia della stazione di Varsavia: parlare una lingua diversa dal polacco.
15.02: curioso, vista anche la grossa scritta INFORMATION che campeggia sullo sportello.
15.50: vivi! Oltre i controlli di sicurezza!
15.51: mi hanno lasciato, noto, il terrificante levatappi affilatissimo della Lech.
15.52: in compenso ci hanno fatto levare le scarpe.
15.53: cosa che non è un grande problema se sei me, e indossi delle scarpe da tennis.
15.54: mentre si fa più insidiosa se, come Alessandro, sfoggi un paio di stivali a sessantasei buchi da manovale addetto alla costruzione di rifugi tirolesi.
16.01: tempo di allacciatura: nove primi e undici secondi, record regionale.
16.09: cose da fare al duty-free di Varsavia: giocare con gli ombretti Inglot.
16.10: pensando con gioia maligna a quelle che in Italia li pagano il triplo di quanto costino qui.
16.21: spendere in ombretti Inglot più di quanto si sia speso in cibo nel corso della vacanza tutta (45 euro).
16.22: persino più del biglietto imperiale del treno!
17:21: Alessandro in un momento di svago.
17.23: Alessandro torna dalla pausa-sigaretta e io inspiegabilmente vengo colta dal desiderio di cenare (?) con del salmone affumicato.
17.32: ci facciamo irretire dai divanetti avvolgenti di un posto che si chiama Business Shark ed è palesemente un’inculata.
17.33: «… e per me, una Fanta gran riserva» «ottima scelta, signore»
18.57: la tizia in coda al gate davanti a noi ha una ragazzina molesta per mano e una borsetta a tracolla in eccesso celata sotto il piumino.
18.58: medito di denunziarla allo stewart.
19.37: un neonato bellino! Mi intenerisco.
19.39: una foto tenera di un gatto che avevo sull’iPad! Mi intenerisco.
19.41: una menzione dell’unica stromatolite in cattività al mondo, e della sua piccola ma tenace fila di bollicine! Mi intenerisco.
19.43: oh, cosa vi devo dire, è una giornata così.
19.44: languida.
20.58: in caso di atterraggio d’emergenza, scopriamo, è necessario levarsi la dentiera.
20.59: e le scarpe, ma non mi è chiaro se solo quelle con il tacco o tutte.
21.00: (breve sguardo di compatimento agli ottantadue ganci degli stivali di Alessandro)
21.01: oh, be’, il mondo è di chi non ha stringhe da slacciarsi.
21.02: il nostro esame del foglietto illustrato di istruzioni arriva alla parte delle maschere con l’ossigeno.
21.03: ci giriamo uno verso l’altra e contemporaneamente iniziamo a cercare di impressionare l’altro con quella cosa dell’ossigeno che ha solo una funzione euforizzante.
21.04: purtroppo abbiamo visto tutti e due Fight Club.
21.05: mi domando perché il compito di realizzare questa cosa sia stato affidato a una persona che non sa disegnare mani né piedi.
22.23: in camera ci sono Alessandro, il Marco e un canadese che discutono della nostra vita sessuale.
22.24: nostra nel senso di mia e di Alessandro.
22.25: più che «discutono», «progettano».
22.26: esco dalla camera.
22.28: in cucina, a nutrirmi di briciole di tortilla.
22.31: il canadese mi offre una piccola porzione di pasta cucinata da lui.
22.32: perfettamente al dente, aggiungerei.
22.33: il canadese mi porge una forchetta pulita.
22.35: il canadese mi conduce, per consumare il commovente piccolo pasto, nella propria stanza.
22.36: nella quale trovano posto, tra le altre cose, un numero adeguato di stoviglie linde e asciutte, uno scendiletto, un pacchetto di Lindor, whiskey di buona marca, lenzuola di bucato, l’unica candela profumata di aroma gradevole che sia mai stata messa in commercio.
22. 37: fugaci considerazioni sull’opportunità di incorporare il canadese nella mia vita sessuale.
22.38: o assumerlo come governante.
11.41 «oh, ragazzi ho fatto un sogno pazzesco»
11.42: ah, non era un sogno.
11.43: niente, stanotte hanno trovato un tizio asiatico riverso nel corridoio del dormitorio.
11.44: intento a lamentarsi flebilmente.
11.45: i miei amici e una di due portoghesi della stanza di fianco hanno tentato di rianimarlo.
11.46: non riuscendoci, hanno approfittato dell’occasione per scattare una serie di foto ricordo.
11.47: (io nel mentre ero nell’unico posto in cui avesse senso essere, ossia il mio letto)
11.48: poi sono arrivati i tizi della sicurezza.
11.49: meno male che non c’ero, quindi, non avrei saputo come manifestare la simpatia in assenza di zerbini.
11.50: il collassato è stato sottoposto a una sbrigativa perquisizione.
11.51: che ha evidenziato il fatto che fosse stato derubato probabilmente anche delle mutande.
11.52: poi è stato deriso, credo.
11.53: e infine identificato approssimativamente e introdotto a braccia nella propria stanza grazie all’uso di un passepartout.
11.54: (come se io sapessi scrivere quella parola senza cercarla su google, tra l’altro)
11.55: una volta dentro, il soggetto ha sperimentato una improvvisa quanto intempestiva ripresa di coscienza.
11.56: ossia si è svegliato mentre il Marco gli levava le scarpe, si è convinto che gliele stesse rubando (oh the irony) e quindi voleva menarlo.
11.57: ma poi si è reso conto.
11.58: e tutto è bene quello che finisce con commosse manifestazioni di rimorso per i tentativi fiacchi di percosse al volto.
12.01: un breve riassunto della giornata di ieri: SKITTLES (ossia la ragione principale per cui occasionalmente espatrio)
12.02: ze spaghetti accident (la dinamica non e’ chiara nemmeno a me)
12.03: Alessandro conciato come una vedova sarda, e del vischio sullo sfondo:
12.04: il posto (buono) dove abbiamo mangiato ieri (io ho mangiato: una patata bollita affogata nello tzaziki, per il quale questo paese sembra avere una curiosa ossessione)
14.48: oggi andiamo alla fabbrica della birra Lech.
14.49: dove per la modesta somma di sei zloty riceveremo un apribottiglia di latta, un tour guidato dello stablimento e una pinta di –appunto– birra.
14.50: e il bicchiere in cui è servita, se ci riesce di incularlo.
14.51: il Marco è alla sua quinta visita e sulla sua mensola fanno appiccicaticcia mostra di sé solamente due bicchieri, quindi traete le vostre conclusioni.
14.52: nota a margine, a me la birra non piace e non mi interessano i bicchieri, in compenso il levatappi omaggio mi verrà probabilmente sequestrato dalla sicurezza dell’aer… areo… aero… di Varsavia Chopin.
16.04: la nostra modesta rappresentanza qui all’estero ha lo scopo di far passare quello italiano come un popolo di gente GRANDE, se non propriamente bellissima.
16.05: (io, che sono ovviamente quella vestita da parcheggiatore, sono un metro e settantaquattro)
16.11: nella stanza da cui si possono osservare le operazioni di imbottigliamento, e con piglio serissimo, la guida mi ha interrogata sui dettagli delle fasi di produzione che ci aveva spiegato in precedenza.
16.12: diciamo un sei scarso, soprattutto perche’ non mi ricordavo come si dice in inglese luppolo.
16.46: per fortuna, tutto e’ bene quello che finisce con un attestato di partecipazione compilato in proprio.
16.47: nota: tornata in Italia, presentare in segreteria il certificato e tentare di ottenere in cambio dei crediti.
16.48: la birreria del birrificio, in cui i ragazzi giocano a calcetto e si dividono anche la mia birra.
16.49: stasera festa di compleanno (?), domani partenza e ritorno alla madrepatria.