[Un post compilativo] La luce negli occhi (mi fa fastidio)

Silvia Pardolesi è la giovane e decisamente belloccia moglie di Mario Adinolfi. Silvia Pardolesi ha un blog. Il blog di Silvia Pardolesi parla di lei, di suo marito, della sua bambina, delle sue aspirazioni artistiche, e, curiosamente spesso, di carciofi. Io l’ho letto (tutto!), e ve ne posso offrire, astenendomi dal commentare, un modesto sunto per categorie.

La passione per la scrittura (pt.1: la proprietà di linguaggio, la fissa per il corsivo)

La passione per la scrittura (pt.2: il fiuto per gli spunti narrativi, i riferimenti culturali di livello)

La passione per la scrittura (pt.3: il concetto di Mary Sue)

La passione per la scrittura (Pt. 4: la fiera della metafora mischiata)

(Intermezzo) L’ossessione per i carciofi

I panni sporchi

La composta reazione alle accuse di immaturità [attenzione: BUTTHURT, tl;dr]

Caso di studio: AMICA DEI FROCI NO PER CARITÀ

Trust de cervelli

Le conclusioni

Rimmel

La mia più grande abilità, da ragazzina, era quella di possedere sempre e comunque il tipo sbagliato di cose: andavano i jeans larghi in fondo, e io li avevo a sigaretta. Andavano i capelli scalati, e io li avevo pari. Andavano le felpe con la zip, e le mie non ce l’avevano. Andavano le magliette con dentro le tette, e io ah ha ha.

Ero la rappresentazione allegorica della sfigata, secondo ogni criterio e parametro.

L’aspetto della cosmesi non faceva eccezione: ciò che serviva per essere bellissima erano le matite nere e i lucidalabbra trasparenti, e quello che mi rigiravo io tra le mani era una matita azzurra e un correttore color mestizia (discorso a parte per lo stick glitterato, quello me l’avevano regalato, quindi era ok – al limite ero io che non sapevo come estrarne la figaggine, o povera scema).

Ero un po’ incerta sul da farsi.

Ma la fortuna attendeva solo d’incrociare la mia strada, sotto forma -per la precisione- di numero speciale di Ragazza Moderna, numero che conteneva, come in un disegno benevolo, esattamente ciò di cui ero convinta di avere bisogno. La comperai una mattina di novembre e mi recai a scuola pregustando il miracolo.

(Sì, a scuola, perché avevo la gustosa convinzione di stare per contravvenire a un divieto implicito di mia madre, e di avere quindi la necessità di sistemarmi una volta che fossi stata fuori dal suo controllo − mia madre non si sarebbe accorta in un milione di anni, e comunque non aveva un’opinione in merito. Ma io preferivo illudermi) (il problema di tornare a casa senza essermi prima lavata la faccia non me lo ponevo, all’epoca, no) (non sono mai stata un genio del pensiero razionale e della programmazione) (eh).

Il mio più grande disagio estetico, quando avevo dodici anni, erano gli occhi rimpiccioliti dagli occhialispessi™, seguiti a ruota dalla combo mortale bocca grande e apparecchio. Sensatamente, applicai un chilo di matita nera nella rima interna inferiore,  sbattei le mie ciglia incolori senza rivolgere neanche un fugace pensiero al concetto di mascara mascara, rimisi gli occhiali, mi impiastricciai bene le labbra di robaccia luccicosa, feci un sorrisone metallico, sparsi due o tre passate di glitter all’arancia sulle guance e uscii ad affrontare il mondo in generale e la geometria analitica in particolare.

Ero un cesso, ma ero marginalmente più sicura di me. La mia carriera di generatrice di pessime trovate cosmetiche era appena all’inizio.

E non parliamo dei capelli. *

(La Titolare sorride, tutta unta di spiritosanto)

—–

*dei capelli vi parlo la prossima volta, e metto pure le foto.

Red Eyeshadow, Green Mascara

Per i primi dieci anni della mia vita, la cura della mia persona è stata affidata a una donna così completamente impermeabile ai segreti della cosmesi da avere in seguito sviluppato la tremebonda abitudine di riporre le biro colorate che trova in giro per casa nel mio beauty case.

(No, mamma, la Stabilo non fa le matite degli occhi. Ti dico di no.)

Per anni, con la beata incoscienza e la fiducia cieca di cui solo i bambini sono capaci, ho messo la mia preziosa testolina nelle mani (singolarmente votate alla pettinatura delle orecchiette infantili) di una che, l’unica volta che ha provato a farsi un brushing, è finita mezza isterica con una spazzola tonda completamente inglobata tra i capelli, a minacciare di tagliarsi alla radice la ciocca incriminata.

(State tranquilli, ha due sorelle che le vogliono bene e l’hanno costretta a lasciar giù le forbici e farsi disincastrare manualmente)

Il problema di mia madre –eh, avercene di problemi così– è che è bella. Bella nel senso più canonico del termine, bella come da bambina ti immagini siano belle le principesse: gli occhi azzurri, i capelli lisci e lunghi e biondi, il naso dritto, le labbra carnose, la pelle uniforme, il sorriso brillante, gli zigomi zigomosi. Bella, e soprattutto regalmente, totalmente, sinceramente disinteressata al proprio aspetto esteriore.

Non così tu, invece. A te l’aspetto esteriore importa eccome.

Insomma, tu hai sei anni, e tua madre è bella. Lo vedi che è bella, soprattutto se la compari alle mamme delle tue amichette, che hanno i capelli stratinti e rigidi di lacca, la faccia color fanghiglia e la matita nera che sbava nella piega dell’occhio. Tua madre è bella, e sei bella anche tu, a sei anni, sei biondina e liscia e ben proporzionata. Covi un malcelato senso di superiorità estetica. Ti illudi sarà sempre così.

(In tutto questo, è un bene che a tua madre non interessi la cosmesi, perché dentro di lei cova latente una passione astratta per gli ombretti turchesi e i rossetti arancioni, oltre che alcune idee piuttosto singolari sulla tecnica ottimale di applicazione del mascara)

Poi però gli anni passano, e tua madre continua a essere bella, ma tu entri nella fase tragica della pubertà, perdendo nel giro di sei mesi tutto il capitale di bellezza su cui avevi fatto affidamento fino ad allora. Ti senti un mostro, e rinnegando la bambina spocchiosa che eri corri come attirata da una forza irresistibile verso i pochi, improbabili prodotti di bellezza asserragliati nell’armadietto del bagno in striminzita rappresentanza dell’universo beauty.

Essi sono: un mascara talmente vecchio da rappresentare l’equivalente oftalmico della caprese a base di pomodoro ammuffito, una matita per gli occhi grigiazzurra che puzza di Germania Est lontano un miglio, un inspiegabile quanto audace correttore color mogano.

Ci aggiungi una matita nera granulosissima che hai trovato in una rivista, e un surreale stick brillantinoso profumato all’arancia (te l’ha regalato una tua compagna di classe che evidentemente ti odia, accompagnandolo con un profumo alla vaniglia che ti ha scatenato istinti omicidi e senso d’inadeguatezza, in parti uguali), annuisci grave e scappi in camera tua, dove la luce fa schifo e non hai uno specchio di dimensioni plausibili e soprattutto, essendo l’argomento in casa tua appena meno discusso della fisica nucleare, non hai la più pallida idea di quello che intendi fare.

Ma sei determinata, ah se sei determinata.

Hai fatto la tua scelta.

(continua)

Ciao, sono la sua mamma in versione adolescente.
Qui non sembra, ma sono anche intelligente.

(Intervallo)

Io ti amo, e guardarti in quei begli occhi che hai e sentirti ridere e dirmi cose dolci e appassionate è sempre meraviglioso. Resta però il fatto che, almeno finché non accenderanno questo cazzo di riscaldamento, niente e nessuno potrà avvicinarsi anche solo lontanamente alla pura poesia dei miei quotidiani venti minuti di saponosa bollitura igienica preserale. Sono certa capirai.

Moi non plus

Ciao, sono stata via.

A giugno ho avuto un’illuminazione improvvisa, un’epifania, mi è capitato mentre stavo imbambolata sull’asfalto fumante sotto una pioggia torrenziale e stringevo nella mano un sacchetto di carta con dentro una pessima piadina alle zucchine.

Nelle settimane seguenti ho chiuso tante pagine importanti e ho provato, con insolita lucidità, ad aprirne di nuove.

Se abbia fatto bene o se mi sia limitata a gettare le basi per la mia imminente disfatta social-emozionale-accademica-familiare*, solo il tempo potrà dirlo. Quello che posso fare, per ora, è rincuorarvi: la piada con le zucchine, che era veramente orrenda, non era destinata a me.

Insomma, sono stata via, ma sono anche tornata. Credo.

A presto, ciao.

—-

*mi sa la due.

Quello che non ho

Non è che io non sia capace di parlare delle cose.

Le parole, lo sai, le ho. Preferisco scriverle, piuttosto che dirle a voce alta, ma posso farcela benissimo, con un po’ d’impegno. Posso cominciare e posso andare avanti, frase dopo frase, lenta e forse un filo monocorde, ma sicura, senza problemi, senza esitazioni.

Senza guardarti, anche, però.

Per parlare delle cose io devo guardare diritto davanti a me, devo perdermi nel buio rassicurante che sarebbe la platea se le frasi che mi ascolto pronunciare le avesse scritte qualcun altro, se fossi un’attrice alle prese con un monologo. Devo guardare avanti in quel modo peculiare che serve a far credere ad ogni singola persona in sala (tranne forse quelle sedute proprio ai bordi della fila, se una non è strabica) che tu ti stia rivolgendo espressamente a lei, che il tuo cuore sia aperto solo per lei, che la prova della verità delle tue parole stia tutta lì, nei tuoi occhi fissi e dolorosamente sinceri.

Per aprirti il mio cuore, scesa dal palco, devo necessariamente distogliere lo sguardo. Se ti guardassi, lo so, mi fermerei. Se mi voltassi verso di te, se vedessi il tuo viso, se i nostri sguardi si incontrassero, allora non resisterei alla tentazione di stare in silenzio e guardarti agitare e disperare e fare qualsiasi cosa per farmi sorridere di nuovo, per strapparmi anche solo una parola, un minimo di calore.

Io sono capace di parlare delle cose, adesso, ma ho dovuto imparare. Da sola, e troppo da grande perché mi riuscisse di farlo con naturalezza. Discutere con profitto è un’attività che mi è faticosa ed estranea. Lascia che ti spieghi.

Mia madre, quando io ero piccola e lei era giovane, non gridava mai con me, non ha mai alzato una mano. Mia madre, se era arrabbiata, sedeva da qualche parte e fissava diritto davanti a sé, tranquilla, in silenzio, e io potevo fare qualsiasi cosa, potevo piangere, potevo chiamarla, potevo provare a  scherzare, potevo impiegare nervosamente tutte le mie piccole ridicole armi di bambina, senza che la minima scintilla di interesse si accendesse nei suoi bellissimi occhi grigi.

Non batteva ciglio.

Poi le passava, ed era di nuovo la mamma migliore del mondo, e io mi facevo stringere con il cuore traboccante d’amore e pensavo che se fosse capitato un’altra volta, se ancora fossi dovuta rimanere sola con lei che taceva e mi guardava senza alcun interesse, pensavo che allora avrei preferito direttamente essere morta. E speravo  che non capitasse più, davvero, e nello stesso tempo sapevo che sarebbe capitato di sicuro, perché per quanto bene io potessi comportarmi, mai sarei riuscita a fare tutto davvero alla perfezione.

E continuava a capitare, infatti, ma meno di frequente. E faceva meno male, anche, perché intanto io crescevo, e l’amore che provi per la tua mamma a quattro anni, per quanto tu continui a volerle bene, non è lo stesso amore che provi quando ne hai quindici e hai capito che anche dietro a quegli occhi grigi e belli c’è una donna come tutte le altre, che fa del suo meglio ma che non sempre riesce in quello che dovrebbe e che a volte fa cose che sono soltanto stupide e un po’ crudeli. Poi, in effetti, ha smesso di capitare quasi del tutto, a un certo punto, non so bene perché, forse semplicemente perché sono cresciuta io.

Non è una cosa di cui parliamo, naturalmente.

Tu però capisci che, nel frattempo, venga la tentazione di provare. La curiosità di sapere se possa funzionare anche con te, se il silenzio sia un’arma altrettanto potente anche nelle tue mani inesperte, se l’effetto sia il medesimo anche se i tuoi occhi non sono grigi e smaliziati e anche se nessuno al mondo prova per te quel sentimento totalizzante che una bambina piccola sente nei confronti della sua mamma.

Funziona.

Funziona così bene che non c’è davvero motivo per imparare a gestire i conflitti in un’altra maniera, se anche ci fosse qualcuno capace di insegnarti come si fa. Funziona così bene che fa quasi spavento, per quello che ti scopri in grado di suscitare in chi ti vuole almeno un po’ bene. Funziona così bene che arrivi a pensare che, se continui così, nessuno sarà mai più in grado di far soffrire te. È una meraviglia.

Poi, però, per fortuna, arriva il momento in cui, se vuoi crescere veramente, sei costretta ad ammettere con te stessa la bruttezza inqualificabile del lasciare che chi ti ama rinfocoli i suoi sentimenti con le sofferenze che tu, scientemente, gli stai infliggendo. Il momento in cui prometti a te stessa che mai più resterai in silenzio ad ascoltare il crescendo del nervosismo, del panico di una persona a cui vuoi bene veramente. Il momento in cui decidi che d’ora in poi discuterete, anche se ti riesce difficile e ti fa male e tu non sei per niente abituata a combattere ad armi pari e di sicuro vi farete male entrambi e potrebbe anche andare a finire tutto in niente.

Quindi scusami, se per parlare delle cose sono costretta a guardare dall’altra parte e comportarmi come la mediocre attrice teatrale che sono: non conosco altre maniere per aprire il mio cuore di persona, nessuno me le ha insegnate.

Faccio del mio meglio.